Ecco una piccolissima selezione delle innumerevoli lettere che ogni settimana giungono alla redazione di Plus24, inviate da dipendenti di gruppi bancari che esprimono il disagio che nasce dalla necessità di rispettare gli obiettivi di bilancio indicati dai vertici e l'aspirazione di consolidare il rapporto di fiducia con i clienti. La rubrica settimanale è «Mal di budget»

Lettera non firmata - 26 febbraio 2010
Quando ho accettato questo lavoro, che da neolaureato mi pareva un sogno aver raggiunto, credevo, forse da ingenuo, che ci fosse un reale spazio per dimostrare professionalità e capacità.
Oggi mi trovo a dover ammettere che, per andare avanti e rispondere sempre presente agli innumerevoli budget, resistere al monitoraggio quotidiano, alle pressioni che diventano sempre più "violente", incidendo non solo sul piano professionale ma anche personale, non devo essere diverso da un venditore di spazzole. Con tutto il rispetto per questa categoria che almeno non deve ingannare il proprio cliente.
La banca retail in Italia, che all'interno di questa crisi si è vantata di essere la meglio attrezzata per affrontarla grazie allo spirito italico contrario alla speculazione stile USA, ha al suo interno un morbo ben più rischioso; morbo ben nascosto all'interno dei dossier titoli di clienti che di elevato hanno solo l'età o l'incompetenza finanziaria.
Prendendo ad esempio il mio istituto, si sono collocati sino all'altro giorno solo polizze, certificati di investimento e qualunque altra invenzione finanziaria che avesse come unica caratteristica inderogabile quella di staccare una maxi commissione di almeno il 10%...e subito. Molti dossier titoli di clienti che non dovrebbero contenere altro se non bot a 3 mesi, sono imbottiti di questi prodotti che, nella migliore delle ipotesi garantiscono la restituzione del capitale dopo 7/8 anni. Nella peggiore invece infliggono a tale capitale perdite da speculatori.
Ed ora si ricomincia…la crisi è finita come mi hanno comunicato nell'ultimo incontro con i "cervelli" del mio istituto.
La mia domanda allora è: cosa può fare oggi, un bancario che sta vivendo una profonda crisi di coscienza?
Non vendere ciò che la banca obbliga a vendere? Ci ho pensato e non creda che abbia scartato questa ipotesi per mero interesse personale. I bonus di cui tanto si parla sono poca cosa, le assicuro che non mi interessano e la carriera per me può anche fermarsi qui.
Il vero problema è la quotidianità, il mobbing che sarei destinato a subire in seguito a una decisione del genere nonché il totale svuotamento della mia professione con relativa influenza sul piano personale. Perché? Perché oggi un bancario non è un consulente ma un venditore: e si è mai visto un venditore che non vende?
Oggi ad esempio un cliente doveva allocare 300 mila euro circa: non sono andato oltre 20 mila euro di prodotti "della casa", il resto obbligazioni governative. Coscienza pulita, cliente soddisfatto e tranquillo, diretto superiore che non ha usato mezze parole per manifestarmi il suo disappunto: capirà che in tale modo difficilmente arriverò alla pensione con il fegato in salute!
Volevo chiudere con una battuta per sdrammatizzare ma la situazione è grave ed il malessere diffuso, non solo per i clienti. Ed i sindacati nulla fanno contro queste politiche aziendali e per difendere i propri iscritti che si trovano tra l'incudine (i clienti) ed il martello (la banca).

A.M. - Roma - (26 febbraio 2010)
Anche noi dobbiamo fare la nostra parte cercando di conciliare gli interessi dei clienti con quelli della banca. Magari sacrificando una parte del budget, evitando il più possibile fondi e gestioni troppo prudenti e quindi inefficienti per definizione. Ha ragione il collega: che senso ha vendere una gestione obbligazionaria o un fondo della stessa tipologia. Non potrà mai rendere quanto un btp o un bot. Bisogna, secondo me, per cercare di rimediare, restringere notevolmente la platea dei clienti e collocare - quando la propensione al rischio e l'orizzonte temporale del cliente lo consentono – prevalentemente strumenti del mercato azionario. Lavoro più difficile, non c'è dubbio, ma è l'unica strada percorribile. Però, non ci nascondiamo dietro un dito, i problemi delle banche italiane, non sono soltanto gli stipendi dei top manager. Sono anche altri. Vogliamo parlare del costo di tante strutture di direzione quasi completamente inutili e spesso duplicate con le fusioni? La pletora di sindacalisti, più o meno attivi, pagati per non fare nulla?

Rag. Jekill / Mister Hide
- 26 febbraio 2010
Ho già raccontato il mio sdoppiamento di personalità, questo Jekill/Hide che crede nel mercato, ma al tempo stesso vede il simbolo del dollaro ruotare vorticoso negli occhi dell'Amministratore Delegato e di tanti "yes-men" che lo circondano.
Non sono mai arrivato a teorizzare il fallimento di Lehman Brothers piuttosto che le difficoltà di Merril Lynch, ma una domanda piccina me la facevo: se una banca continua a dirottare i risparmi dei clienti su questi prodotti, ci sveglieremo mica un giorno senza la raccolta diretta che è alla base della nostra attività creditizia? La sveglia ha suonato ed ha suonato nel peggiore dei modi. Per non parlare delle fusioni: acquisire perché bisogna crescere! Dimenticando che la crescita o avviene in modo coordinato o ci si trasforma solo in grandi mostri. Però i Nostri Eroi sono sicuri di non aver sbagliato. Al massimo hanno fatto piccoli errori di valutazione sulla congiuntura internazionale. Oppure hanno sbagliato i loro collaboratori. Sì, su questo sono d'accordo. I collaboratori sbagliano quando non fanno notare al capo, piccolo o grande che sia, che sta prendendo un granchio. Comprensibilmente, però, non tutti sono disposti a rischiare le martellate come il Grillo Parlante di Pinocchio, il quale buon Grillo del resto non teneva famiglia...
Un bel mea culpa dalle sonno-lentissime istituzioni di vigilanza pare ancor più difficile da sentire. Banalmente: è regolare imputare a ricavi di esercizio gli up-front percepiti per il collocamento di un prodotto della durata di quattro, cinque, sei anni? Non è piuttosto l'attualizzazione di un guadagno futuro, non replicabile negli esercizi a venire? Oppure: ha pensato la Consob o la Banca d'Italia di fare un giro di telefonate per verificare che non ci siano banchieri che in questi giorni hanno dato l'input a tutte le filiali dell'Impero di far acquistare i propri titoli azionari, di fatto per sostenerne artificialmente il prezzo? Qualcuno mi assicura che i derivati non vengano più imposti come merce di scambio con l'imprenditore che richiede un finanziamento? Io non sto rivelando segreti d'ufficio, né scrivendo niente di nuovo

 

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