Nessuno ha calcato la scena giornalistica italiana in modo così completo negli ultimi 60 anni come Enzo Biagi, morto ieri a Milano a 87 anni. Quotidiani, settimanali, televisione, inchieste, editoriali,libri.Nessuno –Longanesi a modo suo aveva anticipato la scoperta – ha come lui individuato in Italia un nuovo pubblico, pronto a consumare più informazione giornalistica, più curioso, con qualche lira in più da spendere, più affascinato da storie vicine e lontane.
Qualcosa bolliva in pentola già negli anni 30 nonostante la cappa di piombo fascista, ai cui margini il giovanissimo Biagi fece i primi passi, in fogli abbastanza controcorrente da avere un minimo di dignità consentita dai tempi grami. Montanelli, che era di diversa stoffa, abbastanza più anziano e quindi anagraficamente fascista prima di ripensare il mondo dell'orbace, cercò e trovò al pari di Biagi il pubblico a partire dagli anni 50 con la serie della sua Storia d'Italia e altri libri, ma in modo più episodico, tutto sommato, affidandosi essenzialmente alle inchieste su carta stampata e agli editoriali. E fece meno televisione.
La tv era invece un mezzo che a Biagi si adattava benissimo, nella sua essenzialità, e che Biagi ha utilizzato a fondo, pur continuando sempre a lavorare anche per la carta stampata, giornali e libri: domande secche, una scaletta già pronta, nessun ripensamento.
Biagi è stato un giornalista simbolo di una lunga stagione che ha accompagnato l'Italia, dalle scarpe rotte e i tetti di lamiera al ritorno della bistecca, alla Topolino, alla Seicento, alle villeggiature sulle Dolomiti, ai primi viaggi in aereo, alle vacanze nei mari caldi. Giù giù fino all'Italia della prima grande crisi economica degli anni 70, degli autunni caldissimi del terrorismo di destra e di sinistra, dell'esplosione della violenza mafiosa.
Biagi ha sempre preferito la cronaca, i fatti, ma ha seguito ed è stato più volte toccato dalle complesse vicende politiche di un Paese che sembrava votato a sinistra subito dopo la guerra, si ritrovò democristianoe vide poi una lunghissima marcia di avvicinamento tra le sue diverse anime per vari aspetti non ancora conclusa.
Fu accusato molte volte di "comunismo", la prima nel 1951 per aver aderito al "manifesto di Stoccolma" contro la bomba atomica, l'ultima nel 2002 quando fu allontanato, con rispetto delle tutele contrattuali, dalla Rai su richiesta del Governo Berlusconi. Allora Biagi curava,e dal '95,una secca rubrica serale, Il Fatto, un approfondimento sui fatti del giorno in onda subito dopo il Tg1, e non piaceva in molte sue scelte all'Esecutivo di centro-destra dell'epoca.
In realtà Enzo Biagi era un giornalista attento a un pubblico che ha sempre gradito un approccio non allineato al clima ufficiale dominante.
O comunque un approccioa tratti irrispettoso. Non acidamente laico, ma nemmeno impaurito davanti alle tonache romane. Occidentale, ma non troppo filoccidentale. Curioso soprattutto di fatti che non sempre il giornalismo italiano, molto legato ai sospiri peninsulari, era abituato a raccontare.
Biagi è diventato come altri giornalisti di altri Paesi – basti pensare ad Alistair Cooke che ha raccontato per 60 anni su etere, carta e video l'America agli inglesi – un vero fenomeno editoriale. Il fatturato della sua opera è fra i maggiori in Europa, con unica eccezione alcuni colleghi di lingua inglese, e la sua cura per tutti gli aspetti editoriali è ben documentata. «Non faccia mai nulla gratis», fu il consiglio a un noto e più giovane collega della televisione. Ma così facendo Biagi è riuscito a creare, su più fronti, un rapporto unico – che solo Montanelli ha come lui avuto – con tre generazioni di lettori e telespettatori italiani. I passaggi cruciali della carriera di Enzo Biagi sono «Epoca», il telegiornale Rai, «La Stampa», il «Corriere della Sera » e l'«Europeo», e di nuovo dal '95 la Rai. A «Epoca» lo volle Arnoldo Mondadori dopo l'uscita dal «Resto del Carlino », nel '51. Direttore dopo pochi mesi, seppe adattare meglio alla realtà e alle curiosità italiane un settimanale nato in simbiosi con il modello americano di «Life»: grandi foto, grandi inchieste e grandi firme. Reportage sul caso Montesi e su Pio XII, forse il più grande protagonista della scena italiana degli anni 50, restano negli annali. E disturbarono.
Così come non piacquero i servizi sui fatti di Genova del luglio '60, contro il Governo Tambroni. Poco dopo Biagi lasciava la direzione. Approdava, con Fanfani, l'anno dopo, al telegiornale, e questa fu un'altra stagione politicamente cruciale, mentre si preparava tra entusiasmi, perplessità e ostilità la svolta di centro-sinistra, che spaccò il Paese, la Chiesa e turbò le alleanze, fino a quando non giunse da Washington il via libera. Non più gradito alla Rai, trovò casa alla «Stampa», in quella che è stata fino ad anni recentissimi la stagione migliore del quotidiano torinese, quando a differenza del «Corriere » appoggiava il centro-sinistra e l'idea di un cambiamento.
La capacità di Biagi, sempre attento ai fatti e solo di riflesso alle opinioni, fu quella di interpretare i tempi nuovi e dare voce all'Italia reale rispetto a quella ufficiale. Restano, soprattutto in tv, inchieste importanti, di grandissima divulgazione. Come la serie Fratelli d'Italia. O il Che succede all'Est? del 1990. O Una storia, sulla lotta alla mafia, del 1992.
Grazie anche a un'organizzazione guarnita e collaudata, riuscì a intervistare molti dei più discussi fra i protagonisti della scena internazionale degli ultimi 40 anni. Ponendo spesso le domande dell'italiano medio. Una delle poche interviste mancate, e che lo vide in competizione con Bruno Vespa per ottenerla, fu quella chiesta a Giovanni Paolo II, che non la concesse a nessuno dei due.
La capacità di Biagi, che non tutti seppero riconoscergli, fu anche quella di fare con il suo stile asciutto, semplice, popolare spesso, con l'attenta selezione dei temi e dei toni, un'opera di mediazione culturale. Come quando con una serie di inchieste sulle grandi famiglie identificò, negli anni 70 della più feroce divisione ideologica italiana, quello che univa il modo di sentire le vicende e gli interessi di un popolo meno diviso, fra grande borghesia del potere economico e lavoratori, di quanto potesse apparire. E che aveva nelle grandi famiglie del capitalismo una parte, inalienabile, di se stesso.