L'università italiana si mette in mostra e prova a competere. Non ancora sul terreno "brutale" dei soldi, perché l'appuntamento con gli incentivi alla qualità è sempre rimandato, mentre la manovra d'estate ripropone la musica tradizionale dei tagli percentuali. La gara però è già aperta su docenza, organizzazione della didattica e ricerca. Lo impongono i nuovi obblighi ministeriali sulla trasparenza e i «requisiti necessari»: per continuare a esistere, infatti, i corsi dovranno contare su un numero adeguato di docenti di ruolo (almeno 4 per anno di corso) e mostrare agli aspiranti studenti cosa possono offrire davvero, in fatto di successi occupazionali, risultati accademici degli studenti e curricula dei professori. Molti di questi fattori avrebbero dovuto trovare spazio nell'Anagrafe dei laureati, che il ministero però non ha ancora fatto partire (è prevista dal 2005).
Queste pagine tastano il polso di tutti gli atenei italiani su alcuni punti-chiave della loro attività, che vanno dall'impegno nella ricerca agli aspetti più importanti della didattica e dell'organizzazione. Sono indicatori parziali, e le caratteristiche delle singole offerte formative influiscono sui risultati finali. L'ampliamento dei parametri rispetto alle indagini degli anni scorsi conferma però che le posizioni di testa sono una partita ristretta fra pochi atenei. Quest'anno a primeggiare è il Politecnico di Milano, che torna in testa dopo aver ceduto 12 mesi fa la palma all'Università di Modena e Reggio Emilia, oggi al terzo posto dietro a Trieste. Lontane dalla vetta le università più grandi, spinte in basso dai problemi classici delle megastrutture: Roma La Sapienza occupa il 50esimo posto, mentre la Federico II di Napoli e la Statale di Milano si piazzano rispettivamente al 31esimo e al 35esimo scalino.
La tradizione disegna anche la graduatoria degli atenei non statali, dove la Bocconi di Milano non ha rivali fra le università con un'offerta formativa articolata. Il campus Biomedico di Roma ha ottenuto un punteggio complessivo leggermente più elevato, ma la particolarità della sua proposta, tutta concentrata sull'area medica, rende fuorviante il confronto. Molto buona comunque la performance, soprattutto in termini di peso del corpo docente e capacità di attrarre iscritti da altre Regioni.
A spingere il Politecnico milanese in vetta alla classifica generale non è un singolo primato, ma i piazzamenti ottenuti con continuità in quasi tutti gli indicatori. Quelli relativi alla ricerca, soprattutto sulla capacità di attrarre finanziamenti esterni, non smentisce la fama dell'ateneo, che tuttavia non si allontana quasi mai dalle prime 10 posizioni nemmeno quando si parla di didattica. Merito anche dei suoi studenti, tra i più puntuali alla laurea (il 36% ottiene nei tempi il titolo di primo livello, contro una media italiana ferma 10 punti sotto), e tra i meno "rinunciatari" (il tasso di abbandoni al primo annoè dell'11%). Gli studenti più rapidi in assoluto, invece, si trovano in Bocconi, dove solo il 18% dei laureati ha ultimato gli studi in fuoricorso. Un ritardo che alla Jean Monnet di Bari o alla San Pio V di Roma colpisce invece quasi tutti. A determinare il voto delle facoltà, nell'impostazione disegnata dai decreti ministeriali, saranno anche altri fattori, come il successo occupazionale dei laureati. A vegliare sulla valutazione, dopo la bocciatura dell'Agenzia varata da Mussi, dovrà essere ancora il Comitato nazionale, che in questi anni ha costruito le banche dati ed elaborato i «requisiti necessari», all'inizio concentrati su docenza e strutture e oggi orientati anche alla promozione di informazioni trasparenti e certificate per rendere consapevoli le scelte degli studenti. Perché questo accada, però, serve una subito una correzione al decreto di proroga che, a causa dei ritardi nell'approvazione, nella versione attuale finisce per "congelare" un Comitato già scaduto. Per sole 24 ore.
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14 luglio 2008
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