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Questo piano faraonico senza eguali nel mondo rischia di vanificare gli sforzi dei Comuni più virtuosi, come quelli del Calatino (tra cui San Cono, Mazzarone, Mineo, Caltagirone), che prevedono di raggiungere il 50% di raccolta differenziata nel 2009.
Come se non bastasse, è appena scaduta la proroga concessa da Lombardo ai 27 Ambiti territoriali ottimali per la gestione dei rifiuti. Nel decreto, firmato da Cuffaro e confermato dal suo successore, è prevista a partire da oggi, la riduzione a 10 del numero degli Ato, in attesa dello loro trasformazione in Consorzi a partire da gennaio. Senonché la Giunta regionale ha approvato un disegno di legge che salva gli Ato «che hanno raggiunto i risultati previsti» e mette a capo dei Consorzi i sindaci.
Ma che risultati hanno ottenuto gli Ato, fino ad oggi? Costituiti in società per azioni, con quote ripartite tra i Comuni, essi sono carrozzoni clientelari in perdita e il loro ridimensionamento in termini di poltrone desta allarme tra tutti i partiti e i sindaci-azionisti. I quali, come sindaci, dovrebbero riscuotere tasse e tariffe sui rifiuti e, come azionisti, dovrebbero trasferirli nelle casse degli stessi Ato. In realtà, per non subire le conseguenze politiche degli aumenti tariffari, i sindaci ne evitano la riscossione e spesso ne tollerano l'evasione, lasciando vuote le casse degli Ato.
Come denuncia Domenico Fontana, presidente di Legambiente Sicilia, «la tassa sui rifiuti ha registrato aumenti tra il 60 e il 200 per cento. Una famiglia siciliana paga in media tra 300 e 500 euro l'anno, mentre nei Comuni più virtuosi, in cui la raccolta differenziata raggiunge il 50%, la spesa oscilla tra 150 e 180 euro l'anno. Cittadini, commercianti e artigiani si oppongono ai rincari in tutte le Province».
Ciononostante gli Ato siciliani hanno accumulato 430 milioni di debiti, a cui vanno aggiunti i costi per la stabilizzazione dei precari (lavoratori di pubblica utilità e socialmente utili) assunti dai Comuni e trasferiti agli Ato.
La verità è che neppure l'Arra conosce l'entità del debito e del personale dipendente degli Ato. Al punto che il cuffariano Crosta ha dovuto avviare un'indagine a cui hanno risposto, finora, in pochi. L'esposizione è comunque stimata per difetto, ammette il lombardiano Raciti. Il quale aggiunge, senza fare nomi, che «un solo Ato in provincia di Catania è indebitato per 100 milioni».
C'è da chiedersi perché le banche continuino a foraggiare società per la maggior parte fallite, che non godono di alcuna garanzia se non di quella dei Comuni azionisti, che dovrebbero abbatterne e ricostituirne il capitale. Ma con quali soldi? Si illudono i Comuni se pensano che a garantire o a ripianare i buchi degli Ato sarà mamma-Regione (intervista in basso). Ma se s'illudono è perché a quest'andazzo sono abituati e perché c'è chi continua a illuderli. Tra questi, denuncia la Cgil siciliana, l'onorevole Francesco Scoma, figlio dell'ex sindaco di Palermo, assessore regionale alla Famiglia, quello che ha preso alla lettera l'oggetto del suo assessorato piazzando sorella, cugino e cognata nel suo gabinetto e in altri staff.
I nodi verranno comunque al pettine con la trasformazione degli Ato in consorzi, che dovrebbe obbligare i Comuni a ricapitalizzare i primi, pena il commissariamento. Il condizionale è d'obbligo perché il 25 ottobre il Consiglio di giustizia amministrativa (Cga), accogliendo il ricorso del sindaco di Caltavuturo (Palermo), Domenico Giannopolo, ha stabilito che gli Ato non possono imporre ai Comuni la ricapitalizzazione «perché la materia riguarda questioni privatistiche». Ma il Cga è andato oltre, affermando che né la Regione né l'Arra possono commissariare un Comune che non ricapitalizza.
Fuori controllo non sono solo i debiti, ma anche le assunzioni degli Ato. «Tipico il caso di Enna - afferma Donatella Massa, responsabile delle politiche ambientali di Cgil Sicilia - con 101 assunzioni facili su cui indagano Digos e Guardia di Finanza o il Coinres della provincia di Palermo, che ha fatto contratti di lavoro a tempo determinato accumulando 2 milioni di debito con l'agenzia Temporary».
Lo sfascio è sotto gli occhi di tutti: come ha registrato la Comissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, la raccolta differenziata rappresenta appena l'8% dei rifiuti prodotti in Sicilia nel 2007: una percentuale lontana anni luce dal 60% che il decreto Ronchi fissa come obiettivo per il 2011. Il resto dell'immondizia finisce nelle discariche, per le quali tra il 1999 e il 2005 sono stati spesi 60 milioni, un terzo delle risorse complessivamente spese nell'Isola (fonte Corte dei conti).
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