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Il governatore cerca di concentrare potere e risorse perché sa che da questo combinato disposto dipende la sua rielezione. In primavera si vota, e i sondaggi attribuiscono alla coalizione al potere il 39,8% dei consensi. Molto dipenderà dal candidato che gli contrapporrà il centro- destra (al momento, il nome più probabile è quello del sindaco di Cagliari, Emilio Floris).
Prima di Soru e dopo di Soru, si dirà in Sardegna nei prossimi vent'anni: un patrimonio personale di 2 miliardi e la gestione di una montagna di soldi pubblici - in Sardegna la quota di spesa pubblica sul Pil è del 65% - ne fanno uno degli uomini più ricchi e potenti d'Italia. Inevitabile che i nemici si moltiplichino. «Tiranno», lo apostrofa addirittura Paolo Maninchedda, professore di Filologia romanza e tra i suoi (ex) accaniti fan della prima ora in Progetto Sardegna. Le defezioni fanno il resto: al Bilancio, al posto di Pigliaru, va Eliseo Secci, un ex andreottiano di lungo corso. Il cambio di marcia rispetto agli esordi è evidente, ma allo stesso tempo improponibile il paragone tra Soru e i mestieranti della politica che l'hanno preceduto. Con tutti i camaleontici adattamenti del suo doppio Dna: imprenditore che celebra il mercato e governatore che sogna i monopoli. Di vettori aerei («la chiamerei Alisarda») o compagnie di navigazione ( «invece di buttare 70 milioni l'anno per laTirrenia, basterebbe che lo Stato ci assicurasse almeno un terzo di quelle risorse per due o tre anni»). «Al resto penseremmo noi », dice sicuro lui. Dove quel noi è così maiestatis che ha il suono e la forma della prima persona imprenditoriale.