Giulio Andreotti il divo, il Belzebù, lo statista. Una carriera politica tutta battute e understatement, ciociara e popolare, ma anche cinica e di Palazzo, con un tratto – non sempre voluto – che l'ha accompagnata fino ai 90 anni del suo protagonista: una rappresentazione mediatica perennemente sopra le righe. Non sempre ai grigi della sua personalità – che emerge invece così bene in vent'anni di colloqui raccolti nel libro di Massimo Franco – hanno fatto da testimonianza cronache altrettanto sfumate. E oggi è stucchevole – ancora una volta – questa celebrazione ambivalente dell'Andreotti conservatore della memoria di un Paese, del raccoglitore di storie e della storia mentre si fa.
È, di nuovo, la caricatura buona dell'Andreotti-personaggio cui fa da contraltare la caricatura-cattiva dell'altro Andreotti personaggio: doppio e ambiguo. Statista-storiografo pignolo fino a mantenere per decenni i cartoncini dei menù delle cene di Stato? Lucido schedatore a fini di bassa lotta politica? Forse ha ragione Francesco Cossiga: sono solo i faldoni di un grande archivista... del Vaticano. E il vero documento mancante è un articolo graffiante e auto-dissacratorio dell'Andreotti giornalista, curatore della celebre rubrica sull'Europeo.