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Omicidio Meredith: la versione di Amanda Knox

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12 giugno 2009


«Mi hanno chiamata "stupida bugiarda" e mi dicevano che stavo cercando di proteggere qualcuno». Così ha esordito Amanda Knox davanti ai giudici della Corte d'Assise di Perugia nella sua testimonianza sull'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher. Amanda ha puntato il dito contro la polizia e il Pm che l'hanno interrogata. «Mi hanno picchiato due volte per farmi dire un nome che però non potevo dire; perché non sapevo... Io continuavo a ripetere che non c'entravo nulla con l'omicidio e che ero restata tutta la sera a casa di Raffaele. Loro continuavano a insistere dicendo che avevo lasciato l'appartamento per un certo tempo per vedere qualcuno. Mi continuavano a ripetere di ricordare perché secondo loro avevo dimenticato. L'interprete mi disse che avevo subito un trauma. Ho avuto molta paura. Tutti urlavano e nella mia confusione, ci mettevano così tanta enfasi quando mi dicevano che avevo incontrato qualcuno, che alla fine mi ero convinta che era accaduto davvero...ma ero confusa!».

Amanda ricorda in aula la notte tra il cinque e il sei novembre 2007, quando, a pochi giorni dal delitto di Meredith, venne interrogata in questura e indicò il musicista congolese Patrick Lumumba come autore dell'omicidio della studentessa inglese. Dichiarazioni che portarono all'arresto di Lumumba, poi completamente scagionato da ogni accusa e oggi parte civile contro di lei e il suo fidanzato: Raffaele Sollecito.
La giovane ha spiegato di non aver incontrato Lumumba la sera del primo novembre (Mez è stata uccisa la notte tra il primo e il due novembre) e di avere avuto con lui solo uno scambio di messaggi poiché il musicista, allora proprietario del pub Le Chic dove Amanda lavorava, le disse di non recarsi al locale quella sera poiché c'era poca gente. «In carcere, quando ho avuto tempo di pensare a ciò che era successo - ha detto Amanda - mi sono resa conto della realtà e stavo male pensando che Patrick era in carcere anche se non c'entrava nulla con questa storia. Che era stato incastrato per colpa mia».

Amanda ha riferito come, i giorni successivi al delitto, volesse stare sempre accanto a Raffaele perché aveva paura. «Avevo paura di restare sola - racconta - ed è per questo che la sera del cinque novembre raggiunsi Raffaele in questura».
«Ha accusato Patrick per salvare se stessa?» ha chiesto l'avvocato di Lumumba, Carlo Pacelli. «No» ha risposto Amanda.

12 giugno 2009
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