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Michele Serra: «Il problema del Pd non è Grillo ma l'astensione»

di Lina Palmerini

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Venerdí 17 Luglio 2009

Il problema del Pd non è «la minoranza dei "vaffa day" ma è la massa impressionante di astenuti e sfiduciati, è quella la rivoluzione». La vera rivoluzione per Michele Serra è, dunque, quell'«Aventino» in cui si è ritirato l'elettorato di sinistra, quella folla di assenti alle urne, più che le piazze reali e virtuali.

Serra era autore di Beppe Grillo negli anni '90 quando già era stato tra gli inventori di Cuore, luogo culto della satira di sinistra. Da allora – e oggi di più – è il punto di riferimento di un disagio diventato astensionismo perché non si vota più «per appartenenza ma per lucida scelta» e non si sceglie un partito chiuso nelle «beghe tra ereditieri» che non riesce a essere riformista e innovatore ma riesce invece a spaventarsi della candidatura di Grillo citando codici dello Statuto.

Il Pd ha fatto bene a dire no alla candidatura di Grillo?
Penso che molti dirigenti abbiano avuto una reazione notarile, che in tempi di debolezza non è conveniente. La stragrande maggioranza degli iscritti e degli elettori di quell'area non sopporta Grillo: forse era meglio accettare iscrizione e candidatura e lasciare che Grillo misurasse democraticamente la sua impopolarità.

Ma Grillo è stato corretto a candidarsi?
Non so giudicare. Grillo segue criteri tutti suoi ed è convinto che il suggello dei blog valga un investitura popolare. Non si confronta più con la banalità del reale, ma con la magnificenza della rete. Beato lui.

E quell'appello allo Statuto, alle regole?
Il Pd ha dato un'immagine burocratica che poteva avere un senso ai tempi del Pci, quando al corpus rigido e spesso ottuso delle norme corrispondevano una potenza politica sostanziale, e un'investitura popolare fortissima. Oggi un atteggiamento burocratico è quanto di meno opportuno e funzionale: un'armatura con dentro il fantasma di un partito non ancora nato. Immagine cervantesca, per chi ama il genere.

Arriviamo al "no": la motivazione è stata l'ostilità di Grillo verso il Pd. È questo il punto politico? Non serve una rottura con la sinistra demagogica del "vaffa day"?
Il problema del Pd non è la minoranza entusiasta e visibile che ama i "vaffa day". Il problema del Pd è la massa impressionante di astenuti e sfiduciati di sinistra, ormai milioni di italiani che bivaccano dentro la loro disillusione in attesa che qualcuno gli conceda asilo politico. È a loro che si dovrebbe parlare, è a loro che fa un cattivo effetto una campagna precongressuale che rischia di interessare solo i già accasati.

Un Pd innovatore, riformista può contenere i movimenti?
Non c'è dubbio. Ignazio Marino, per fare solo un esempio, ha già ricevuto molti segnali da quel mondo: se vinci e costruisci un partito davvero laico, siamo con te. Il vuoto a sinistra è un territorio così vasto che spiace vedere i dirigenti del Pd contendersi quel poco o tanto che è rimasto nel loro recinto, e non accorgersi che il futuro del Pd è pieno di opportunità soprattutto fuori dall'attuale Pd, oltre i suoi confini, e al riparo dalle sue beghe interne.

Lei ha legato la vicenda Grillo al tema del ricambio. Ha parlato di una rivoluzione in corso citando la Serracchiani.
La rivoluzione è già in corso, o addirittura c'è già stata. Nella tradizione di questo paese l'astensione, l'antipolitica, il distacco dalla vita civile sono sempre stati tipici della destra. Oggi, secondo gli analisti, è un pezzo consistente dell'elettorato di sinistra che si è ritirato sull'Aventino. Berlusconi stravince per questo, non perché abbia una maggioranza numerica schiacciante. Nessuno, a sinistra, vota più per ragioni identitarie, di fedeltà o di militanza strenua, se non piccolissime frange. Si vota per ragione, per lucida scelta, e non più per appartenenza: se non è una rivoluzione questa….

E vede tracce di rinnovamento nella corsa tra Bersani, Franceschini e Marino? Chi voterebbe o voterà tra loro?
Voterei Marino o Franceschini. Per un ex comunista come me è un paradosso, ma vorrei che gli ex dirigenti di quel partito lasciassero il campo: troppi rancori personali li dividono, troppe vanità da ereditieri in lite.

C'è una questione morale nel Pd? Nel tesseramento di Napoli, per esempio?
C'è una questione morale in Italia. Secolare. Ovviamente c'è anche nel Pd. La faccenda delle tessere campane è semplicemente mortificante, ma non odora di grande scandalo. Produce, piuttosto, quel tanfo casalingo, da pianerottolo colluso, che è perfino più pericoloso del puzzo di zolfo degli Scandali con la esse maiuscola. Perché è un odore casalingo, quello del familismo, delle parentele, dei favori, del controllo del collocamento. Ci siamo abituati, e molti italiani, purtroppo, quell'odore non lo avvertono neanche più. E si stupiscono se qualcuno gli dice che a un partito ci si deve iscrivere per passione ideale, non perché si tiene famiglia.

Venerdí 17 Luglio 2009
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