«L'ambizione giusta per il Pd è la vocazione maggioritaria» aveva sentenziato ieri Walter Veltroni dopo mesi di silenzio. A neanche ventiquattr'ore di distanza ecco l'affondo di Massimo D'Alema: «Non credo nel bipartitismo perché non c'è nella realtà italiana». E poi ancora: «Basta con il leaderismo plebiscitario, la colpa della sconfitta del Pd non è degli apparati ma di una cultura fondata sull'antipolitica».
Nel dibattito congressuale, insomma, l'ormai mitologico dualismo Veltroni-D'Alema non sembra proprio riuscire a restar fuori. Con la sua antitetica visione dell'assetto del partito, della politica delle alleanze e del conseguente modello di riforma elettorale. In primo piano l'opinione pubblica osserva gli egoismi interni alle correnti, solo sullo sfondo intravede il progetto per il futuro del Paese e ancora più in lontananza le idee per riformare lo Stato e l'economia.
Un dualismo ulteriormente appesantito dai tanti altri raggruppamenti interni al partito la cui voce aumenta di volume ogni volta che si avvicina una tappa importante per le sorti del Pd. Ecco allora farsi vivi i trenta-quarantenni, cosiddetti "lingottini", che puntano sul terzo uomo Ignazio Marino con lo slogan "laicità e diritti civili"; ecco tornare i "coraggiosi" di Rutelli (tra loro anche i Teodem Bobba e Binetti) che invocano riforme e sono pronti ad appoggiare Linda Lanzillotta; e persino gli ex popolari di Marini e Fioroni si riuniscono in conclave a Norcia per lanciare Dario Franceschini avvertendolo però che non avrà una delega in bianco.
In questo quadro, con quale forza il partito si presenta in Parlamento e si fa promotore del tanto invocato riformismo? All'orizzonte si scorge solo lo scontro frontale con la maggioranza rinfocolato dalle nuove bordate di D'Alema al premier: «Insieme all'apice del berlusconismo vedo il suo declino, che è difficile delineare come un cammino lineare».