Il tessuto socio-economico si sfalda, la popolazione se ne va, il turismo di massa dilaga , ma Venezia rimane la terra promessa del mecenatismo illuminato.
E proprio al mecenatismo essa deve la sopravvivenza di molta parte del suo patrimonio storico-artistico, attraverso l'azione dei Comitati Privati internazionali, nati in seguito ad un appello dell'Unesco subito dopo che l'eccezionale aqua alta del 4 novembre 1966 aveva rischiato di risolvere tutti i suoi problemi sommergendola. Una folla di associazioni private grandi e piccole si mobilitò sotto la guida di personalità illustri e oscure per promuovere e finanziare il restauro dei monumenti e delle opere d'arte colpite dall'alluvione. Sanate le ferite, non si sognarono di smettere; anzi, continuarono a occuparsi del patrimonio veneziano, promuovendo, nell'arco di sessant'anni, più di mille interventi, restaurando non meno di cento edifici e spendendo almeno un centinaio di miliardi di vecchie lire.
Ancora oggi i Comitati Privati sono ventotto, ricchi e poveri, enti internazionali e organismi nazionali di dieci Paesi. I loro fondi vengono da un esercito di donatori che rivendicano il privilegio di partecipare alla conservazione di una città che molti di loro non hanno magari nemmeno visto, ma che si configura nel loro immaginario come la città del sogno.
Un esempio eccezionale di mecenatismo individuale era stato invece offerto già molti anni fa da Vittorio Cini, industriale illuminato, già al centro del trinomio Volpi-Cini-Gaggia che si identifica con la più felice stagione imprenditoriale veneziana fra le due guerre, quando, per onorare la memoria del figlio prematuramente scomparso (un figlio che era riuscito nel 1944 a strappare il padre all'orrore di Dachau) creava la Fondazione "Giorgio Cini", famoso centro internazionale di studi e di incontri.
Stabilitasi nell'incompiuto palazzo Venier dove l'eccentrica marchesa Casati celebrava la stagione dei balletti russi vestendo i costumi di Bakst e dipingendo i domestici di porporina dorata, Peggy Guggenheim vi gettava, alla fine degli anni Quaranta, le basi di un celebrato museo d'arte contemporanea. E Gianni Agnelli voleva la Fiat presente sul Canal Grande col restauro del settecentesco palazzo Grassi (architetti Gae Aulenti e Antonio Foscari) per ospitarvi convegni e mostre e celebrarvi le glorie dell'Azienda e della Famiglia.
Non tutte le iniziative mecenatesche sono state così grandiose, quella fatta nascere da Ugo e Olga Levi nel loro palazzo, che era stato di Enrico di Borbone conte di Bardi, a San Vidal (D'Annunzio, innamorato pazzo di Olga negli anni della Grande Guerra, la chiamava per questo Vidalita..) ha messo a disposizione della città e degli studiosi una preziosa raccolta di spartiti. Ma lo è senza dubbio quella di François Pinault, l'industriale francese che, finiti gli anni d'oro dell Fiat, acquista palazzo Grassi e si aggiudica la gara per il restauro e l'utilizzazione degli immensi magazzini della Dogana "da Mar" della Serenissima, accanto alla basilica della Salute.
Fa le cose in grande, Pinault, i restauri affidati all'architetto giapponese Tadao Ando recuperano cinquemila metri quadrati di magnifiche sale in una posizione più che prestigiosa, duecentodieci metri di facciate sul Canal Grande e sul Canale della Giudecca. Il restauro coinvolge anche la torre sulla quale si libra la statua secentesca della Fortuna, genio augurale degli antichi mercanti veneziani, auspicio al successo di un nuovo vasto spazio espositivo dedicato ai pezzi più spettacolari della collezione Pinault, che contribuisce a fare di Venezia, dove la Biennale, ben viva a più di cent'anni dalla fondazione, celebra tra entusiasmi e controversie le sue manifestazioni, la capitale dell'arte contemporanea.
François Pinault, dunque, è, per ora, l'ultimo grande mecenate sbarcato in Laguna, c'è già chi gli prodiga un titolo di cui si è abusato fin troppo in tempi recenti, quello di nuovo Doge di Venezia. E'applaudito, festeggiato, ringraziato. Ma ci attraversa la mente un pensiero maligno : la statua, collocata a sua cura proprio sulla punta della Dogana, di un ragazzino che ghermisce una ranocchia, non sottintenderà un messaggio burlesco? E' opera di uno scultore anglosassone, Charles Ray, e, come è noto, gli anglosassoni chiamano scherzosamente i francesi frogs, per l'appunto, ranocchie…Non si scandalizzi Monsieur Pinault. Nell'antica Roma i legionari burlavano più o meno affettuosamente i loro capitani vittoriosi durante le celebrazioni del trionfo.