L'impennata dell'inflazione che minaccia la stabilità sociale. La recessione americana che rischia di assestare un brutto colpo alle esportazioni del made in China. La crisi dei mercati finanziari mondiali che zavorra la Borsa di Shanghai, seminando il malcontento tra decine di milioni di risparmiatori. Il fallito attentato aereo dei separatisti islamici dello Xinjiang. E infine la rivolta del Tibet che ricorda al mondo intero che, nonostante lo sviluppo economico, la modernizzazione e il bonario paternalismo dei suoi leader, la Cina resta una dittatura.
Dopo un lustro di gloria, il Dragone è costretto ad un brusco risveglio. Nel giro di una settimana, il radioso orizzonte del gigante asiatico è stato rovinato da una raffica di brutte notizie. Una peggiore dell'altra. Era dai tempi dell'epidemia di Sars, nella primavera del 2003, che il Governo cinese non si trovava a navigare in acque tanto perigliose.
Oggi come allora, i pianificatori di Pechino (perché questa resta l'essenza dei leader cinesi, nonostante la sterzata verso il "socialismo di mercato") sono costretti a prendere atto di una cruda realtà: un imprevisto può mandare in tilt qualsiasi programma, anche il più sofisticato. E questa legge è tanto più vera e spietata nel mondo odierno interdipendente e globalizzato, di cui la Cina è ormai parte integrante.
Per il Partito Comunista il 2008 avrebbe dovuto essere l'anno più bello nella storia della Cina contemporanea. Nei programmi del Governo, le Olimpiadi avrebbero dovuto rappresentare la definitiva consacrazione del paese a nuova superpotenza economica e politica mondiale. Ma all'improvviso il quadro generale è cambiato. Da virtuoso che era (forse anche troppo, al punto che sembrava che oltre la Grande Muraglia stesse sorgendo il migliore dei mondi possibili), lo scenario è diventato assai più problematico.
Di tutte le patate che la nomenklatura si ritrova all'improvviso per le mani, quella tibetana è senza dubbio la più bollente. Per due ragioni. La prima è che la scintilla accesa dai monaci di Lhasa potrebbe infiammare anche altre Province, come già accaduto nelle ultime ore nel Sichuan e, si dice, anche nel Gansu e nel Qinghai. E potrebbe anche servire da esempio per altre "minoranze etniche" animate da forte un risentimento contro gli Han – per esempio gli Uiguri musulmani dello Xinjiang - che per decenni hanno vissuto schiacciati dal pugno di ferro di Pechino.
La seconda ragione è che, a cinque mesi dall'inizio delle Olimpiadi, la sommossa di Lhasa proietta un'ombra sinistra sui Giochi. Se fino a venerdì scorso in giro per il mondo c'era parecchia gente che accusava la Cina di sostenere il regime sudanese di Al-Bashir responsabile del genocidio etnico nel Darfur, ora questa terribile accusa è rivolta direttamente verso Pechino (lo ha fatto domenica il Dalai Lama).
Per un paese che si prepara a ospitare in pompa magna la manifestazione sportiva simbolo universale della pace e della fratellanza tra i popoli, non è certo un buona campagna pubblicitaria. Inoltre, la rivolta di Lhasa potrebbe amplificare la grancassa delle associazioni per i diritti umani, che sicuramente approfitteranno del palcoscenico olimpico per promuovere azioni di protesta contro il regime.
Che fare?, si chiede un Governo appena riconfermato per altri cinque anni alla guida del paese. Dietro i sorrisi rassicuranti del Presidente, Hu Jintao, del premier Wen Jiabao, e dei loro delfini che saliranno al potere nel 2013, non sembrano esserci risposte certe, ma solo una crescente inquietudine.
I leader del Dragone sanno bene che oggi la Cina ha le spalle sufficientemente larghe per sopportare (almeno fino a un certo punto) l'impatto della recessione americana, la minaccia dell'inflazione e anche la caduta della Borsa. Ma sanno anche che il paese è vulnerabile di fronte alla rivolta dei tibetani di oggi, o a quella degli uiguri di domani. Per un semplice motivo: la propaganda del regime funziona a meraviglia sul fronte interno, ma oltre confine è del tutto inefficace.
A rischio non c'è l'integrità territoriale cinese: a Lhasa l'esercito ha dimostrato di essere in grado di domare una rivolta nel giro di poche ore. A rischio c'è l'immagine di una nazione che per 7 anni ha vissuto tutta proiettata sulle Olimpiadi 2008. Mai come in queste ore, Pechino ha avuto paura che la festa possa saltare. Prima le polemiche sul Darfur; poi le dimissioni di Steven Spielberg dalla direzione artistica dei Giochi; ora la rivolta tibetana. Avanti di questo passo, sarà difficile convincere l'opinione pubblica mondiale che nell'agosto 2008 assisterà alle Olimpiadi più belle della storia.