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La doppia identità dei giornali

di Giulia Crivelli

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4 marzo 2008

Per mettere le mani sul quotidiano economico «Les Echos», Bernard Arnault, l'uomo più ricco di Francia, ha sfidato l'antitrust, parte dell'opinione pubblica e naturalmente ha sborsato una notevole cifra. Ma non è ancora sazio: il 7 febbraio scorso, in occasione della presentazione dei risultati di Lvmh, la holding del lusso di cui è presidente (16,48 miliardi di euro di ricavi nel 2007 e un utile netto di 2,02 miliardi), Arnault ha ammesso di guardare con interesse anche al «Financial Times», che però, al momento, «è troppo caro». Per assicurarsi il controllo del «Wall Street Journal», Rupert Murdoch ha ingaggiato una battaglia durata mesi, osteggiato da una parte della redazione e della comunità finanziaria americana, che tiene all'indipendenza del quotidiano.
Basterebbero questi due esempi a dimostrare che la stampa, almeno quella economica, sembra essere tuttora un buon investimento. Non ci sono solo Arnault (classe 1949) e Murdoch (nato a Melbourne nel 1931): si potrebbe obiettare che appartengono entrambi a generazioni dell'era pre-internet e pertanto non fanno testo. La stampa piace anche ai giovani investitori: Jared Kushner, classe 1981, rampollo di una famiglia di immobiliaristi di New York, spesso fotografato in amorevoli atteggiamenti con Ivanka Trump, nel 2006 ha comprato il «New York Observer» e sembra deciso a farne un business profittevole, partendo dall'edizione cartacea. Ama la sua creatura e gli piace farsi fotografare mentre lo vende ai passanti sulla 42ª strada, come uno "strillone" d'altri tempi.
Il dato su cui riflettere però è che in Occidente i giornali di carta perdono copie, mentre si diffondono velocemente nei Paesi emergenti. Se prendiamo il mercato americano, quello di riferimento per i cambiamenti dei media, i dati del 2007 mostrano un calo del 10% nelle tirature delle più grandi testate (che arriva al 30% per giornali nient'affatto di secondo piano, come «Los Angeles Times», «San Francisco Chronicle» e «Boston Globe»). A peggiorare la situazione e le prospettive, ci sono i costi crescenti della carta e il calo del 20% in media dei proventi pubblicitari, che rappresentano circa l'80% dei ricavi di una testata. Secondo Ken Doctor della Outsell, uno dei più prolifici analisti del settore new e old media (il suo studio più recente, pubblicato il 19 febbraio, è «Top 10 Us Public News Companies»), l'attuale fosco scenario ha due cause principali: fattori ciclici negativi e problemi strutturali. Per Doctor i giornali «da una parte devono reinventarsi e dall'altra devono riciclarsi come aziende e prodotti multimediali».
Parole che qualunque direttore anche solo minimamente lungimirante sottoscriverebbe. Il problema è come reinventarsi. Nessuno sembra mettere in dubbio la necessità che le notizie vengano in qualche modo raccolte, elaborate, vagliate e convogliate. Non è in discussione in altre parole il futuro del giornalismo, ma quello dei giornali di carta. Anche se a dire il vero c'è chi sostiene che i blog e in generale il cosiddetto "user generated content" potrebbe rubare il mestiere ai giornalisti professionisti. Un pericolo suggerito ad esempio da Andrew Keen nel saggio The cult of the amateur, che sottolinea l'aspetto "dilettantesco" di molte attività svolte o convogliate dalla rete. Ma se, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, partiamo dal presupposto che le persone continueranno a scegliere la qualità sulla quantità - in particolare per quanto riguarda l'informazione economica - torniamo alle parole di Ken Doctor. Come reinventarsi?
Per la maggior parte dei giornali la risposta è prima di tutto nell'"integrazione" tra la versione cartacea e quella online e di conseguenza tra le due newsroom (redazioni). Sul fronte degli introiti, si scommette sulla pubblicità online: che in effetti cresce, ma è venduta a un ventesimo delle tariffe di quella su carta. Il terzo punto è la multimedialità: i giornalisti devono imparare a destreggiarsi tra contenuti stampati, radio, tv. Emblematico il caso di Nicholas Kristof del «New York Times», che nel 2007 ha vinto il premio Pulitzer non tanto per i suoi articoli su Darfur e Niger, ma per l'efficacia dei mini reportage fatti con una telecamera a spalla, sua fedele compagna di viaggio, che sul sito del giornale hanno registrato picchi di contatti e centinaia di commenti dei lettori-navigatori.
Ma torniamo all'integrazione, che implica un ripensamento organizzativo e culturale del lavoro di giornalista. Come ha spiegato in un forum con i lettori il vicedirettore del «New York Times» Jonathan Landman, il percorso, nella maggior parte delle redazioni anglossassoni, è iniziato più di dieci anni fa, quando sono nate le prime versione web delle grandi testate. «Per noi del "Times" il problema ha cominciato a porsi a metà degli anni 90. Il nostro sito diventava interessante solo dopo le 11 di sera, quando mettevamo online la versione cartacea del giorno successivo. Poi il sito "imbruttiva": gli altri continuavano a venire aggiornati con breaking news, lanci d'agenzia, eccetera. Capimmo che dovevano muoverci più velocemente. Oggi, questo significa che i giornalisti devono preparare storie da mettere online e poi continuare a lavorare sull'articolo di approfondimento che sarà pubblicato il giorno dopo. All'inizio ci furono delle resistenze, ma ora è chiaro a tutti che avere il "piede in due scarpe", una reale e una virtuale, è l'unico modo per sopravvivere».
I motivi sono due. Il primo: chi naviga su internet vuole notizie in tempo reale e se non le trova sul sito di riferimento, quello del suo quotidiano preferito, le cerca altrove. Il secondo: se concepita in modo intelligente, una storia per il web può integrarsi perfettamente con una per la carta. La prima sarà più breve, esauriente dal punto di vista fattuale; la seconda sarà più lunga, ma centrata sull'analisi. Nelle redazioni online è poi nata una nuova figura di giornalista, il "continous news reporter", in grado di aggiornare più volte uno stesso pezzo.
  CONTINUA ...»

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