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Nepal, addio all'ultimo regno hindu

di Marco Masciaga

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9 APRILE 2008

Dopo 240 anni di monarchia e 10 di guerra civile, costati la vita ad almeno 12mila persone, domani 17,6 milioni di nepalesi andranno al voto per consegnare ai libri di storia l'ultimo regno hindu della terra e la guerriglia maoista nata per rovesciarlo. Nel giro di tre settimane che si annunciano convulse saranno resi noti i nomi di tutti i 601 membri dell'Assemblea costituente che dovrà dare al Paese una costituzione «repubblicana, democratica e federale». Sarà in base ai rapporti di forza tra i principali partiti che la monarchia verrà cancellata, come esigono i maoisti, oppure mantenuta con un ruolo puramente formale, come preferirebbero i partiti moderati. «Ogni altra ipotesi a questo punto sembra remota - spiega Roderick Chalmers, l'analista dell'International Crisis Group di stanza a Kathmandu - non credo che l'esercito cederà alla tentazione di prendere il controllo del Paese per riconsegnarlo al re».


L'altro interrogativo del dopo- voto riguarda gli ex guerriglieri che, al termine di un processo di pace durato circa due anni, domani si sottoporranno per la prima volta al giudizio degli elettori sotto il simbolo del Communist Party of Nepal (Maoist). Durante la campagna elettorale il loro leader Prachanda (che in nepalese significa "il coraggioso") ha abbassato i toni che nei mesi scorsi avevano alimentato il timore che, in caso di sconfitta, i maoisti sarebbero tornati a imbracciare le armi che oggi si trovano sotto il blando controllo delle Nazioni Unite. «Credo che i rischi più seri legati a un loro insuccesso non riguardino tanto la stabilità del Paese quanto l'autorevolezza della loro leadership presso la propria base - spiega Chalmers- non credo siano intenzionati a prendere il potere con la forza».


Nonostante i segnali distensivi, la situazione nelle regioni storicamente controllate dalla guerriglia resta tesa: a dispetto degli appelli dell'Onu, nella settimana che ha preceduto il voto pestaggi, rapimenti e attentati hanno scandito, ben più dei comizi, la campagna elettorale. Ieri sera un candidato del Partito comunista, Rishi Prasad Sharma, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nella città di Jahare Bazar. «Non sono affatto stupita spiega Mandira Sharma, la direttrice di Advocacy Forum, una Ong impegnata tra le famiglie delle vittime della guerra civile durante la guerra civile, sia per colpa della guerriglia che di chi l'ha combattuta senza regole, si è instaurata una cultura dell'impunità che resta ben viva. Nessuno ha paura di rivendicare violenze, minacce e omicidi perché sa che non verrà punito. E perché ha capito che è il modo di conquistarsi un posto nell'agone politico».
Le conseguenze del clima instauratosi a cavallo tra il 1996 e il 2006 non hanno tardato a farsi sentire. Subito dopo lo stemperarsi della guerriglia maoista, è scoppiata una rivolta in Terai, una regione pianeggiante al confine con l'India. Da una parte la sommossa ha veicolato le istanze di una fetta di popolazione che per ragioni etniche e castali è sempre stata discriminata dall'establishment di Kathmandu. Dall'altra ha dato vita a una serie di piccoli gruppi armati che, approfittando dei passi indietro fatti da esercito e guerriglieri hanno occupato il vuoto di potere creatosi nelle campagne. «I maoisti almeno erano mossi da un'idea di giustizia sociale - spiega Sharma - questi banditi invece non pensano che a seminare il terrore ed estorcere denaro».
Secondo Paul Heytens, country director per il Nepal dell'Asian Development Bank, il clima di insicurezza e i frequenti scioperi generali proclamati nel Terai «hanno inciso sul rallentamento dell'economia » di quello che resta di gran lunga il Paese meno dinamico di una regione, l'Asia del Sud, in pieno boom.


Ma la paura è solo l'ultimo degli ostacoli piovuti sulla strada della crescita. Per Prakash Shrestha, un piccolo imprenditore di 26 anni che da 2 cerca di mandare avanti un internet point della capitale, la priorità è l'energia. Un problema che dice molto sui limiti dei monarchi e dei politici che per decenni hanno governato questo piccolo Paese fatto di fiumi, montagne e pianure dallo straordinario potenziale idroelettrico. «Ogni giorno passo 8 ore senza corrente - racconta da dietro il bancone di un negozietto buio dove computer e fotocopiatrici restano spenti per buona parte delle giornata mentre i clienti entrano ed escono senza spendere una rupia - potrei guadagnare il 50% in più se solo le cose funzionassero un po' meglio».


Purtroppo per lui il deficit energetico che da anni frena la crescita del Nepal ha radici profonde che affondano nell'atavica diffidenza della classe politica nei confronti dei vicini indiani. I due progetti idroelettrici per complessivi 7mila MW che potrebbero cambiare la vita di milioni di nepalesi restano sulla carta soprattutto perché coinvolgono in maniera diretta il governo di New Delhi e sono osteggiati a livello politico. Paure irrazionali e strumentalizzate, secondo un diplomatico indiano di stanza a Kathmandu, che le imputa più al senso di soggezione esercitato da un Paese sproporzionatamente più potente del Nepal che a delle reali ambizioni neocoloniali.
  CONTINUA ...»

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