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Resta il fatto che l'India in questi mesi ha osservato con grande attenzione gli sviluppi del processo di pace, intervenendo anche in maniera diretta per risolvere una crisi che a febbraio sembrava sul punto di far rimandare, per la terza volta in meno di un anno, il voto. Un atteggiamento che al ministero degli Esteri a New Delhi viene considerato legittimo, ma che in alcuni ambienti politici di Kathmandu viene visto con sospetto. Per molti le cose sono rimaste come erano nel 18esimo secolo, quando Prithivi Narayan Shah, il fondatore della dinastia oggi al tramonto, definì il Nepal «una pianticella stretta tra due macigni».
Non è un caso che la diplomazia dell'altra superpotenza confinante, la Cina, negli ultimi due anni sia stata più attiva del solito nel tenere i contatti con la leadership nepalese. Un lavoro sottotraccia che, a giudicare dalla risolutezza con cui nei giorni scorsi la polizia ha represso le manifestazioni filotibetane a Kathmandu, comincia a dare a Pechino i primi dividendi.