Un bilancio rigoroso della missione apostolica di Giovanni Paolo II è ritenuto ancora prematuro, a tre anni dalla sua morte. I responsabili della sua causa di beatificazione hanno spiegato che le ricerche in corso, per i criteri severi seguiti nel reperimento e nel controllo delle prove, esigono tempo, sia per il raggio universale dell'inchiesta, sia per i nodi da dipanare di un pontificato proiettato nel pianeta per oltre un quarto di secolo, ricco di luci ma non privo di aspetti controversi. D'altro canto, la riforma delle norme per le cause di beatificazione, pubblicata lo scorso 18 febbraio, ha elevato la soglia della verifica della fama di santità di un servo di Dio, escludendo che possa essere alterata da gruppi di pressione: tale fama, secondo l'Istruzione Sanctorum mater, «deve essere spontanea e non artificiosamente procurata».
Le testimonianze già acquisite di coloro che hanno lavorato con Giovanni Paolo II e che lo hanno accompagnato nei suoi viaggi in 129 Paesi indicano che essi sono stati colpiti dalla sua capacità, in ogni circostanza, di astrarsi dall'agitazione circostante e di ritirarsi in se stesso per pregare.
Un bilancio è quasi rituale, ma sul terreno della spiritualità i bilanci sono difficili da elaborare e anche i viaggi erano sempre stati, nella prospettiva del Papa, delle narrazioni spirituali del carisma petrino.
In realtà i gesti storici che hanno illuminato il suo pontificato - dal vertice di Assisi alla visita alla Moschea di Damasco, dalla preghiera alla Sinagoga di Roma al mea culpa al Muro del Pianto, dal primo viaggio in Polonia all'ultimo a Cuba e all'obiezione alla guerra in Iraq - non sarebbero pienamente comprensibili senza un retroterra spirituale. Si trattava di invenzioni spirituali, in un mondo bloccato prima dal Muro di Berlino, poi dalle convulsioni dello «scontro di civiltà». Grazie a questi gesti ricchi d'avvenire, Giovanni Paolo II imprimeva sul cattolicesimo una funzione civile di tolleranza, apertura, convivialità e una visibilità universale schierandolo al fianco delle evoluzioni del mondo, al di là di ogni blocco rigido.
Nella stessa prospettiva bisognerebbe allora dire che è forse più agevole la lettura dei periodi finali di quel lungo pontificato, la sua stagione sacrificale, i suoi silenzi dopo un diffuso magistero della parola. Molti, anche non credenti, hanno compreso in quei giorni benedetti del 2005, il paradosso evangelico della segreta fecondità e redenzione che emana dalla sofferenza, l'evidenza reale della logica delle figure evangeliche del Regno di Dio.
Il secondo tempo della riflessione investe anche la questione del ruolo della comunicazione assurta con Wojtyla a strumento di governo. Il senso della comunicazione gli permetteva di espandere al di là dei ristretti circuiti confessionali la sua visione millenarista delle trasformazioni del mondo. È riconosciuto che aveva un reale genio dei gesti che andavano oltre le parole per la loro carica simbolica. In virtù dell'evoluzione del rapporto della Chiesa con la società della comunicazione la tecniche dell'immagine prendevano cittadinanza nel sistema dei "segni" della rivelazione cristiana. Tuttavia i sociologi della comunicazione ammonivano già allora che il giuoco era pericoloso: si rischiava la perdita dell'efficacia simbolica del segno, addirittura la sua invisibilità se il sistema religioso lo avesse speso in operazioni ricalcate sulle regole dell'apparenza.
Wojtyla reagiva "interiorizzando" il segno. Ma il regno dei media non ammetteva la sua sobrietà. Anche il silenzio doloroso dei suoi ultimi giorni era comunicazione pubblica. La sua malattia e la sua stessa morte non potevano essere "private".
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