Vladimir Putin esce dalla porta del Cremlino e rientra dalla finestra della Casa Bianca, il palazzo del governo russo. E, intanto, si preoccupa che nessuna protesta intralci il cammino politico-istituzionale che compierà oggi cedendo la carica a Dmitry Medvedev, che si accinge a diventare il terzo presidente della Russia uscita dalla fine dell'URSS.
Lui, l'ex sergente del KGB scelto da Boris Eltsin come primo ministro nel 1999 resterà «zar», tornando primo ministro in un gioco dell'oca che lo vede più forte e determinato nel voler comandare ancora per lungo tempo. Putin fu chiaro su questo a febbraio, quando affermò, senza bisogno di far diventare legge il concetto espresso, un sostanziale rovesciamento dei rapporti tra primo ministro e presidente della Russia: l'incarico di capo del governo, disse, «è il più elevato livello di potere esecutivo nel Paese», laddove al presidente non resta che accontentarsi di un ruolo simbolico, di «garante della Costituzione».
Insomma, da presidente Putin ha già detto al giovane Dmitry -uno dei vicepremier e un passato al vertice della potente Gazprom- chi comanderà. E il successore quarantaduenne deve accontentarsi di nominare primo ministro il suo mentore e salutare da eterno secondo la parata militare che sfilerà giovedì sulla Piazza Rossa. D'altronde, Medvedev si è già preparato a restare
nell'ombra: vinse le elezioni del due marzo scorso con la promessa di seguire in maniera pedante il «piano Putin» e quando tenne il suo discorso da vincitore -dopo una campagna molto facile, per la verità- lo 'zar' era al suo fianco.
Quanto al futuro primo ministro, Putin sarà anche capo di Russia Unita alla Duma, con un'opposizione ridotta ai minimi numeri dal voto dell'elettorato da un lato e da una stretta repressiva che ha sollevato negli osservatori stranieri non poche perplessità sulla democrazia in Russia. Alla vigilia del passaggio di consegne, la polizia ha arrestato diversi manifestanti che tentavano di riunirsi in corteo a Mosca, sulla Chistoprudny e sulla Prospettiva Mira. In tutto, secondo fonti di Altra Russia e dei neocomunisti, sarebbero state fermate una cinquantina di persone.
Le proteste, d'altro canto, non sono mai arrivate in Russia a un livello tale da impensierire Putin, che nel trattarle ha mantenuto il piglio di agente segreto e uomo d'armi. In otto anni ha provveduto a restituire alla Russia in macerie l'orgoglio di grande potenza. E non ha mai nascosto nostalgie per i tempi dell'impero sovietico, la cui scomparsa fu da lui definita «una catastrofe geopolitica». Per colmare questo vuoto di potere Putin ha fatto un lavoro egregio. Riformato il sistema fiscale e finanziario, si è visto togliere di mezzo quelli che ha definito «oligarchi», che avevano creato fortune con Eltsin. Uno, il petroliere Mikhail Khodorkovsky, è in galera in Siberia, condannato per frode; altri sono sfuggiti alle manette. Tra loro c'è anche Boris Berezovsky, amico di quell'Alexander Litvinenko, ex agente segreto russo, che finì avvelenato in Gran Bretagna in una misteriosa storia di complotti che a loro volta innescarono una mini crisi diplomatica tra Mosca e Londra. Litvinenko era anche una delle fonti di Anna Politkovskaya, giornalista poco tenera con Putin e la guerra in Cecenia condotta senza scrupoli da quando questi era primo ministro. Anche lei, come decine di giornalisti russi, fu uccisa. Nel 2006, a Mosca, da un killer.
Forte dei risultati militari nella regione caucasica e nell'economia interna, Putin ha potuto battere i pugni sul tavolo della diplomazia internazionale. Ha cominciato un braccio di ferro con la Nato sullo scudo antimissile americano in Europa, ha contrastato l'indipendenza del Kosovo, ha consolidato le relazioni con l'Iran. E non rinuncia ad esercitare il controllo sui Paesi vicini, ex dell'URSS: l'ultimo è la Georgia, con cui un giorno sì e l'altro pure volano parole di guerra.