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Grande fuga dal «made in China»

di Luca Vinciguerra

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10 Giugno 2008

La ragnatela di strade che circonda il Delta del Fiume delle Perle pullula di capannoni industriali in vendita o in affitto. Sono stati abbandonati da poco. I loro inquilini, per lo più aziende di Taiwan e Hong Kong, non torneranno mai più. «La festa è finita», dice con un sorriso amaro Dick Chen. È durata più di un quarto di secolo. Dall'inizio degli anni '80, le imprese sbarcate nel Guangdong fedeli al principio "un Paese, due sistemi" sono state libere di fare ciò che volevano. Il desiderio sfrenato di sviluppo di Pechino ha lasciato loro carta bianca, consentendo di produrre ogni ben di Dio da vendere sul mercato mondiale, guadagnando una montagna di denaro. In un clima di totale assenza di regole.
Dick Chen, con la sua fabbrica di finestre e tendine parasole, è stato uno dei pionieri del neo-capitalismo in salsa cinese. «Sono arrivato da queste parti nel 1988. Come tutti, ho sfruttato una situazione locale favorevole», racconta l'imprenditore, presidente dell'Associazione degli industriali taiwanesi di Guangzhou, la capitale della provincia meglio nota con il vecchio nome di Canton.
«Qui avevamo la possibilità di insediare fabbriche labour intensive a basso costo - racconta Chen - ma la mia azienda ha sempre rispettato le regole». Già, le regole. Poche, ambigue e confuse, su cui gli amministratori locali hanno chiuso gli occhi per due decenni, pur di continuare ad attirare i copiosi flussi di investimenti stranieri. Così, dopo i taiwanesi e gli hongkonghini, il mondo intero è venuto quaggiù a produrre magliette, giocattoli, scarpe, mobili, gadget, cinture, piastrelle. Tutta roba per i mercati d'esportazione: oggi il Guangdong produce circa il 30% del made in China venduto oltre la Grande Muraglia.
Il meccanismo ha funzionato a meraviglia, trasformando in pochi anni il Delta del Fiume delle Perle nella principale piattaforma manifatturiera del pianeta e in una delle aree più ricche, prosperose e opulente di tutta la Cina. Ma le cose cambiano. E in Cina spesso anche molto repentinamente. È successo tutto in due anni. Prima ci sono state le rivendicazioni salariali. Poi sono arrivate le nuove regole sugli impianti a basso impatto ambientale e ridotto consumo energetico. Poi ancora l'abbattimento degli incentivi alle esportazioni e l'unificazione della corporate tax. E all'inizio dell'anno è stata varata la nuova legge sul lavoro. Intanto, i prezzi globali di materie prime ed energia sono andati alle stelle; lo yuan ha iniziato una lenta ma inesorabile rivalutazione sul dollaro; l'inflazione ha rialzato la testa; l'economia americana è scivolata sull'orlo della recessione.
Questa miscela di fattori ha peggiorato progressivamente il business environment nel Delta del Fiume delle Perle. «La situazione è diventata insostenibile. Con tutte queste nuove regole, non siamo più competitivi. Negli ultimi mesi, qui a Dongguan hanno chiuso i battenti almeno 200 aziende, circa un quarto del totale delle imprese calzaturiere presenti nel distretto industriale», racconta un imprenditore. Se il settore della scarpa sta male, il tessile sta perfino peggio. «Ci sono migliaia di imprese sull'orlo del fallimento. Per anni hanno lavorato sulla quantità, accontentandosi di profitti ridicoli. Ora non ce la fanno più», spiega un produttore italiano.
Ma sulla barca del tessile che affonda sotto la zavorra dei nuovi costi non ci sono solo le imprese straniere. Ci sono, stragrande maggioranza, anche quelle cinesi. Ecco perché il Governo è sempre più preoccupato. Per dare una boccata d'ossigeno all'industria, Pechino starebbe valutando di aumentare i rimborsi sull'Iva corrisposta dagli esportatori tessili. Il provvedimento, che potrebbe entrare in vigore a metà luglio, dovrebbe elevare dall'11 al 15% lo "sconto" governativo sull'Iva all'export di prodotti di abbigliamento; e dall'11 al 13% quello sui tessuti.
Di fronte alla lievitazione dei costi di produzione e alla contrazione dei margini, le imprese export oriented che lavorano nella "fabbrica del mondo" hanno due scelte: resistere o fare le valige. «Purtroppo, sono sempre più numerose quelle costrette ad andarsene o addirittura a cessare l'attività», spiega Zhao Weinan, segretario generale dell'Associazione degli industriali taiwanesi di Dongguan. Qualcuna migra nelle province dell'interno, la maggior parte cambia proprio bandiera e va ad aprire nuovi stabilimenti in Vietnam, in Cambogia o in India.
Qualche settimana fa, la Federazione Aziende Industriali di Hong Kong ha lanciato un allarme: circa 10mila imprese dell'ex colonia britannica operanti nel sud della Cina potrebbero chiudere, se il clima imprenditoriale nel Guangdong non cambierà. È un segnale inquietante poiché Hong Kong è il principale investitore straniero oltre la Grande Muraglia (280 miliardi di dollari immobilizzati in Cina dal 1978 al 2006) e conta oltre 70mila aziende nel Delta del Fiume delle Perle.
La grande fuga è davvero cominciata? «Certamente. Secondo le nostre stime, circa un terzo delle aziende export oriented operanti nel Guangdong chiuderanno nei prossimi tre anni. È un problema serio, che finora però è stato sottostimato, destinato ad avere delle profonde ripercussioni su scala globale», osserva Dong Tao, economista di Credit Suisse.
La ritirata dell'industria manifatturiera dal Delta del Fiume delle Perle avrà innanzitutto un impatto negativo sul tessuto locale. Se il monito lanciato degli industriali di Hong Kong dovesse concretizzarsi, oltre un milione di posti di lavoro andranno in fumo. «Senza contare l'effetto domino prodotto sulle aziende dell'indotto. Diecimila imprese che chiudono possono danneggiarne altre 200mila di piccole dimensioni che lavorano per conto loro», avverte la società di consulenza Interchina.
  CONTINUA ...»

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