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Grande fuga dal «made in China»

di Luca Vinciguerra

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10 Giugno 2008

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La crisi del manifatturiero del Guangdong solleva poi un quesito strategico di più ampia portata: a un'azienda straniera conviene ancora investire nella fabbrica del mondo? «Costi alti, ambiente pessimo, problemi di sicurezza: oggi io non consiglierei a una società italiana di investire nel Guangdong», risponde Cristiana Barbatelli, direttore generale di Pas Advisors.
Ma c'è chi è più possibilista. «Il Delta del Fiume delle Perle non è morto. Diciamo che se cinque anni fa un'azienda manifatturiera straniera che voleva delocalizzare veniva direttamente nel Sud della Cina, oggi in Asia ci sono delle valide alternative. Come, per esempio, il Vietnam», osserva Alberto Vettoretti, managing partner di Dezan Shira & Associates.
E c'è poi chi, nonostante tutto, è ancora pronto a scommettere sul Guangdong. «Non siamo di fronte a una fuga, ma a una selezione. Il nuovo quadro legislativo sta portando a un'espulsione naturale delle manifatture a basso valore aggiunto, ma al tempo stesso sta aprendo degli spazi per le aziende più innovative e tecnologiche», dice Marco Bettin, rappresentante di Unicredito a Canton. Insomma, nel Delta del Fiume delle Perle la campana a morto sta suonando solo per le imprese che per anni hanno prodotto merce low cost su larga scala, accontentandosi di margini di profitto ridotti all'osso.
In questa logica, la crisi conclamata delle aziende di Taiwan e Hong Kong, più che un fatto negativo, è la conseguenza fisiologica di una profonda mutazione genetica della regione. «Le nuove leggi sull'ambiente e il lavoro - spiega Harley Seyedin, presidente della Camera di Commercio Americana della Cina del Sud che vive e lavora nel Guangdong da oltre vent'anni - se da un lato hanno penalizzato le aziende che per anni hanno approfittato della totale deregulation, dall'altro hanno alzato gli standard e migliorato la competitività locale. In sostanza, se ne stanno andando dal Delta le aziende export oriented, ma al loro posto stanno arrivando altre imprese straniere che producono per il mercato cinese. Per questo, nei prossimi tre anni le società statunitensi presenti nella regione re-investiranno oltre 5 miliardi di dollari per sviluppare il mercato locale».
Il Guangdong sarebbe dunque protagonista di una sorta di seconda Rivoluzione Industriale destinata a trasformare il Delta del Fiume delle Perle da fabbrica sporca a fabbrica pulita del mondo. In questa logica, i vecchi opifici labor intensive abbandonati dai taiwanesi e dagli hongkonghini in fuga dalla regione sono un fenomeno positivo, perché liberano risorse a favore di nuove aziende specializzate in produzioni ad alto valore aggiunto, meno inquinanti e a più elevato impiego di capitale.
«Fino a soli otto mesi fa non si trovava un pezzetto di terra nemmeno a pagarlo a peso d'oro. Ora le aziende fuori mercato che se ne vanno lasciano in eredità terra, capannoni industriali, tecnici e manodopera specializzata di cui prima c'era scarsità. Le infrastrutture ci sono, le Università e la formazione professionale pure. In queste condizioni, il Guangdong è pronto a entrare nella sua seconda fase di sviluppo», conclude Seyedin.
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