Pericolo scampato. Per un solo voto il premier turco Tayyip Erdogan ha salvato il suo partito filoislamico Akp dalla messa al bando dall'attività politica. Il margine esiguo del risultato è significativo di come sia stata combattuta la decisione della Corte costituzionale, che ha evitato la chiusura della formazione di Governo in Turchia e il ricorso alle elezioni anticipate, salvando la governabilità.
Sei giudici su undici della Suprema Corte hanno votato a favore della chiusura dell'Akp, ma per mettere al bando il partito serviva una maggioranza qualificata di sette voti. A rivelarlo è stato lo stesso presidente della Corte, Hasim Kilic, in una inconsueta conferenza stampa trasmessa in diretta tv a reti unificate. «Sei membri su undici - ha detto il presidente - hanno votato per la chiusura. Io ho votato contro. Altri quattro giudici hanno riconosciuto che il partito aveva mostrato segni di essere un punto focale per le attività antilaiche, ma non al punto da meritare la chiusura». Insomma, c'erano dei segnali di attività antilaiche ma non tali da meritare una punizione esemplare.
«La Corte - ha aggiunto Kilic - ha deciso di decurtare il finanziamento pubblico al partito, invece di scioglierlo. Di conseguenza, l'Akp sarà privato dei fondi del Tesoro per un ammontare pari alla metà dell'ultimo contributo. Spero che l'Akp - ha concluso Kilic - recepirà il messaggio. È un serio avvertimento. Invito i partiti a prendere i dovuti provvedimenti per evitare ogni ulteriore richiesta di chiusura».
«Mi impegno - ha commentato a caldo il premier Tayyip Erdogan, in un discorso tenuto subito dopo la sentenza - a rispettare la laicità. La decisione ha rimosso l'incertezza che incombeva sul Paese, ma la Turchia ha sofferto una seria perdita di tempo e di energie preziose a causa di questa vicenda».
Era stato il procuratore presso la Corte di Cassazione, Abdurrahman Yalcinkaya, il 14 marzo, a chiedere alla Corte costituzionale la messa al bando dell'Akp per attività anti-laiche, l'interdizione dall'attività politica per cinque anni di 71 dei suoi esponenti (fra i quali il premier, Tayyp Erdogan, e il presidente della Repubblica, Abdullah Gul) e il sequestro dei beni del partito.
Le parole del presidente della Corte sono state inequivocabilmente chiare. Se Erdogan e l'Akp faranno un nuovo passo falso (il riferimento è all'eliminazione, poi cassata dalla stessa Corte suprema, del divieto di indossare, da parte delle studentesse, il velo islamico in quanto simbolo religioso nelle università) la reazione dei giudici non sarà così magnanima. Si tratta di un ultimo avvertimento, un «early warning» come lo ha definito un analista della Borsa di Istanbul, che oggi è pronta a festeggiare lo scampato pericolo e il ritrovato clima di stabilità.
La sentenza, che è stata ovviamente accolta con un grosso sospiro di sollievo dai vertici dell'Akp, mette così fine a quattro mesi di pesante crisi politica. La situazione di incertezza minacciava la stabilità e rischiava di frenare lo sviluppo economico del Paese sul Bosforo, al punto che il ministro dell'economia Mehmet Simsek aveva detto che la Turchia aveva già perso dieci miliardi di euro a causa delle tensioni che avevano rallentato l'economia, fatto alzare i tassi e fuggire gli investimenti stranieri di portafoglio.
La portavoce del rappresentante Ue per la politica estera, Javier Solana, ha giudicato la sentenza «una buona notizia», mentre il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini l'ha definita un passo che «rasserena il clima politico». Critico invece il leader del partito laico di opposizione Chp, Deniz Baykal, che ha sottolineato come «la maggioranza della Corte (seppure non quella di 7 su 11 richiesta dalla legge) ha deciso che l'Akp era diventato un fulcro di attività anti-laiche. Spero che il partito dopo questo verdetto cominci ad agire in linea con i principi della laicità».
L'Akp aveva creato un certa inquietudine tra i laici dopo una serie di iniziative tese a soddisfare l'elettorato più conservatore dell'Anatolia, uomini morigerati nei costumi sociali e dinamici imprenditori nella sfera economica. Il partito era stato accusato di avere un'agenda segreta per introdurre la sharia. Il Procuratore della Cassazione, Abdurrahman Yalcinkaya, aveva presentato alla Corte la richiesta di chiusura del partito, corredata da 17 capi d'accusa per «attività antilaiche»: progetti di proibizione della vendita di alcol, di separazione fra uomini e donne in parchi, piscine e mezzi di trasporto, di imposizione del velo alle bambine, di liberalizzare il velo e di penalizzazione dell'adulterio. Tutte misure ritenute in contrasto con la laicità della Repubblica creata da Ataturk. Scampato pericolo, dunque. Ieri sul Bosforo i sostenitori dell'Akp hanno festeggiato con una serie di fuochi di artificio. In attesa della prossima mossa.
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