Per carità, nessun richiamo al "relativismo culturale"! La grandezza artistica di Zhang Yimou non giustifica e nemmeno attenua – anzi ne costituisce un'aggravante – il fatto che le sue parole risultino quelle di un corifeo di regime. La sua straordinaria capacità di regista non viene cancellata, certo, da quelle sue parole, ma è altrettanto vero che le sue parole non spiegano in alcun modo l'opera dell'autore di Lanterne rosse, ovvero non ne costituiscono il fondamento teorico. Piuttosto, ancora una volta viene confermato che l'arte è un dono, una grazia, una facoltà gratuita e immeritata, che nell'arte stessa si esaurisce. Perché mai dovremmo chiedere a Diego Armando Maradona l'analisi politologica dei regimi populistico-autoritari dell'America Latina? La sua grandezza sta altrove e, direi, solo altrove. Ma forse è troppo facile cavarsela così. Ed è fin troppo "occidentale". Nelle parole di Zhang Yimou non c'è solo il disprezzo per le libertà democratiche e i diritti universali della persona: c'è anche un preciso tratto culturale, di cui la sua opera artistica probabilmente risente più di quanto ci è stato possibile intuire (per rimanere alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, a posteriori, si può riflettere su quanta ideologia del gigantismo vi fosse contenuta). C'è l'eco antica del "dispotismo asiatico", che in artisti minori si traduce in opere mediocri e di propaganda gregaria, mentre in Zhang Yimou non arriva a condizionare una potenza creativa non addomesticabile. E infine, sostiene il regista, "l'uniformità produce bellezza". Sì, ma anche il disordine ne può produrre, e di grandiosa.