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La crisi vista dalla Cina: «Gli americani ci hanno rovinato»

Reportage del corrispondente Luca Vinciguerra

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6 ottobre 2008
Investitori cinesi preoccupati di fronte a un tabellone con i dati della Borsa di Shanghai (Afp)

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Ma il pericolo maggiore viene dal principale motore dell'economia cinese, cioè dal commercio estero. "Finora le esportazioni hanno tenuto testa alla recessione mondiale, ma già tra qualche mese la crisi finanziaria americana e la rivalutazione dello yuan, soprattutto quella nei confronti dell'euro, si faranno sentire", sostiene l'economista indipendente, Andy Xie.
Nonostante gli sforzi prodotti dal Governo negli ultimi anni, le esportazioni contribuiscono ancora per un terzo alla formazione del prodotto interno lordo del Dragone. L'attesa frenata del made in China, dunque, avrà certamente un impatto depressivo sull'intera economia. "Quando l'economia di un paese dipende in misura rilevante dal commercio estero, e non può contare su un mercato domestico sufficientemente dinamico per compensare il rallentamento dell'export, è normale che il rischio per la crescita economica sia maggiore che altrove", osserva Stephen Roach, presidente di Morgan Stanley Asia.

Il vecchio modello di sviluppo export oriented deve cambiare
Al di là degli effetti negativi che il grande crollo di Wall Street produrrà nei mesi a venire sulla finanza cinese, la lezione principale per il Dragone è proprio questa: le sorti dell'economia di una superpotenza non possono essere legate a doppio filo al ciclo economico internazionale. "Questa crisi deve spingere la Cina a cambiare il proprio modello di sviluppo", dicono ora in coro gli esperti, suggerendo a Pechino la ricetta per affrontare il nuovo corso: rivalutare lo yuan e varare riforme fiscali per stimolare i consumi interni.
La tanto biasimata invasione del made in China nel mondo volge dunque al termine? È prematuro per dirlo. Per ora, Pechino ne gode i benefici: 1.800 miliardi di dollari di riserve valutarie accumulate in meno di cinque anni. Ma, al tempo stesso, fa tutti gli scongiuri del caso. Quasi un terzo di quel tesoretto, infatti, è andato a finanziare il paese più indebitato del pianeta: non sia mai che ai "maledetti americani" salti in mente di combinare qualche altro brutto scherzo.

lucavin@attglobal.net

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