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Congo, l'Onu deve imporre la pace

di Umberto Martini

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30 OTTOBRE 2008
Albert Tshiseleka Felha, rappresentante diplomatico in Italia della Rdc (ex-Zaire)
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«In Congo non si può parlare di guerra, ma di “sacche di insicurezza” che interessano due provincie: il Nord-Kivu e l’Ituri». Seduto sulla poltrona dell’ambasciata del Congo a Roma, a due passi da piazza Barberini, Albert Tshiseleka Felha, rappresentante diplomatico in Italia della Rdc (ex-Zaire), ci tiene a precisare che il suo paese ha già affrontato molti conflitti e oggi i problemi sono circoscritti soltanto nelle zone al confine con il Rwanda e l’Uganda.
Guerra o sacche di insicurezza che siano, giorno dopo giorno la situazione si fa sempre più grave.
I miliziani del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp), guidati dal generale dissidente Laurent Nkunda, stanno avanzando verso la città di Goma, capoluogo della regione del Nord-Kivu. Dalla fine di agosto, a quanto riferiscono fonti Onu, sono già 250mila i civili per strada e le prime epidemie di colera e diarrea hanno già ucciso decine di persone, costrette a trascorrere le notti all’addiaccio, in mezzo al fango. Preoccupante è anche la situazione più a nord, nell’Ituri, dove operano i ribelli del Lord’s Resistance Army (Lra), un’armata in guerra contro il governo ugandese, che spesso attraversa il confine per fare razzia nei villaggi e nei giacimenti minerari in cerca di bambini da trasformare in soldati e di materie prime da rivendere in cambio di armi e denaro.

Cosa intende fare il governo del Congo per fronteggiare questa crisi?

«Fino ad oggi il nostro governo – sostiene l’ambasciatore Felha – ha utilizzato la carota con i gruppi armati cercando di reintegrarli nella società, come prevede l’accordo di pace del programma Amani».
Amani in Swahili significa pace, ma per ora rimane solo il nome del programma.
Lo scorso 28 gennaio i 22 gruppi armati che operano nel Nord-Kivu e in Ituri avevano siglato un accordo con il governo del Congo per l’immediato cessate il fuoco. Da agosto, però, sono ricominciati i combattimenti, dopo che la fragile tregua è stata rotta dall’ex generale Nkunda.
Per proteggere la popolazione civile, nella zona opera il più grande contingente di pace dell’Onu, la Monuc (Mission de l' Organisation des Nations Unies en République démocratique du Congo) costituita da una forza militare di circa 16.500 uomini.
La sua presenza rischia però di essere impalpabile se non viene messa nelle condizioni di poter operare. Lunedì 27 ottobre a Goma centinaia di civili hanno manifestato fuori dalla sede dell’Onu. Secondo loro la Monuc non fornisce adeguata protezione agli abitanti del luogo di fronte all’offensiva dei ribelli del Cndp. E lo stesso giorno il generale Vicente, comandante della Monuc, si è dimesso dal suo incarico. Solo in pochi pensano che si tratti di una coincidenza. Secondo il suo portavoce, Diaz de Villegas ha preso questa decisione per motivi personali, ma secondo Albert Tshiseleka Felha i motivi sono altri.

Cosa deve fare la Monuc per garantire la pace?

«Negli ambienti della diplomazia si sostiene che il comandante della Monuc si sia trovato di fronte a una situazione di debolezza e nell’impossibilità di portare aiuto alla popolazione. E se non ci pensano i caschi blu chi altri può intervenire? La Monuc – continua Felha – è una missione di pace ma la situazione attuale, con le fughe di civili e le conseguenti implicazioni sul piano umanitario, ci ha spinto a domandare alle Nazioni unite che la pace sia imposta, seguendo ciò che è scritto nel capitolo VII della carta dell’Onu. I rappresentati della comunità internazionale sanno benissimo cosa devono fare perché è tutto scritto nel mandato dell’Onu». La Carta delle Nazioni unite prevede, all’articolo 42 del capitolo VII, che si possano intraprendere «per mezzo di forze aeree, navali o terrestri, tutte le azioni che si giudicano necessarie a mantenere o a ristabilire la pace... ». In altre parole, autorizzano l’uso della forza in caso di necessità.

Secondo lei Nkunda è aiutato da qualche governo?

«Il movimento Nkuda ha degli appoggi da parte dei nemici del Congo, intendo i paesi vicini, che hanno interesse affinché il nostro resti un paese instabile: non bisogna dimenticare che in zona ci sono molti interessi economici. Le bande armante sfruttano illegalmente le nostre ricchezze e fanno accordi con i paesi confinanti per la vendita dei minerali. Noi sappiamo che Nkunda da solo non ha la capacità di mantenere un esercito e per questo che riteniamo ci sia una mano invisibile che lo aiuta a creare instabilità nella nostra regione. Confermo che il nostro Governo accusa il Rwanda di dare man forte ai ribelli servendosi del suo esercito che negli ultimi giorni è entrato in territorio congolese. Abbiamo le prove e le abbiamo già presentate alle Nazioni unite».
La ripresa dei combattimenti è stata lanciata nell’agosto scorso da Laurent Nkunda per «proteggere – secondo quanto lui stesso ha dichiarato – la popolazione tutsi congolese dagli attacchi degli hutu che si sono rifugiati in Congo all’indomani del genocidio del 1994».

  CONTINUA ...»

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