L'appuntamento è al Ristorante Garcia, un quarto d'ora di taxi dal centro della città. Siamo a Carrasco, quartiere bene, ristoranti chic e un'infilata di ville con piscina. Un buon osservatorio per capire la crisi argentina, vista dall'Uruguay, un "quasi" paradiso fiscale, la Svizzera del Sud America, si dice qui.
Il Casinò è a due passi. La spiaggia è lì, tre minuti a piedi, il mare non è un mare ma un'immensa distesa d'acqua, il Rio de la Plata; quando le ombre si fanno lunghe qualche signora-bene e una decina di ragazzi abbronzati convergono da Garcia per l'aperitivo. Quasi contemporaneamente arriva Daniel (il nome è di fantasia), puntualissimo.
Alto, brizzolato, 52 anni, 26 in banca, è qui per raccontarci perché e soprattutto "come" gli argentini trasportano in Uruguay pesos e dollari. I numeri sono impressionanti: 150miliardi di dollari. Un gran sorriso, disinvolto, scherza subito sul nodo della mia cravatta, «o se lo allenta o se la toglie» e nei primi tre minuti di chiacchiere lo ripete due volte, quasi fosse il mantra degli gnomi di Zurigo, pardon, di Montevideo: «Low profile». È la filosofia della comunità finanziaria uruguayana.
In effetti la sua Volkswagen Gol, la cugina brasiliana della Golf, mostra tutti i suoi sei anni, potrebbe essere l'auto di un impiegato statale delle poste uruguayane. La giacca di Daniel è visibilmente corta di maniche, la barba di due giorni.
Crisi sì, default no. Difficile dimenticare il crack del 2001, il blocco dei depositi, i morti nelle manifestazioni di piazza. L'Argentina cadde sotto i colpi di una gravissima recessione e per questo ogni crisi rievoca quella paradigmatica, la madre di tutte le crisi. Le attuali condizioni macrofinanziarie sono ben diverse da quelle di allora e secondo la maggior parte degli operatori un altro default è molto improbabile. Restano però delle abitudini, non solo mentali, dei riflessi condizionati: «In Argentina - dice Daniel - da cento anni le cose non cambiano: i dollari sotto il materasso e i risparmi qui, in Uruguay». E snocciola qualche numero, quelli rilasciati dalle banche centrali, argentina e uruguayana, di qua e di là dal Charco, in gergo «la pozzanghera», il Rio de la Plata, quel gigantesco estuario che separa due Paesi e due mondi.
«Il primo ottobre le banche argentine potevano contare su 146 miliardi di pesos in depositi; il 24 ottobre i depositi sono scesi a 137 miliardi di pesos. Nello stesso periodo, nei giorni più bui della crisi americana - prosegue Daniel - le banche uruguayane, forse le uniche al mondo, hanno visto lievitare l'ammontare dei depositi». Grandi flussi che troverebbero riscontro nelle storie raccontate da Manuel, crupier del Casinò di Montevideo: argentini che lasciano 40mila di dollari di mance al personale; eccentrici, sempre argentini, che chiedono una moto Bmw 1200 alle 3 di notte, eppoi notti brave, donne e champagne. Ma il Casinò, si sa, è un mondo a parte.
Lo shock finanziario che ha scosso le Borse di New York, Londra, Francoforte, Tokyo, Parigi, Madrid e Milano ha generato reazioni scomposte. Vista da Sud, invece, è quasi un déjà vu: «Il fiume di depositi argentini, nei periodi di crisi, si divide in due rivoli: quello principale, dei più abbienti, arriva qui, a Montevideo, nelle banche dell'Uruguay. Quello della classe media, di quelle famiglie detentrici di 10-15mila pesos di risparmi (da 2 a 3mila euro) viene cambiato in dollari e tenuto in casa, rigorosamente in contanti». D'accordo, le grandi cifre trasportate in Uruguay. Ma come? Daniel sorride. «Niente occhiali scuri, niente spalloni, niente scenari da giallo finanziario. Nel modo più semplice e naturale possibile: in auto, in aliscafo, in pullman, in barca a vela. Ma sempre in contanti, in valigia».
La fuga, di capitali ma non di uomini. Nei mesi più drammatici del crack argentino del 2001 una delle immagini più fotografate di Buenos Aires era la lunga coda agli uffici consolari di Italia, Spagna e Francia. I discendenti degli europei aventi diritto al passaporto Ue si sono resi protagonisti di una nuova migrazione. «Oggi - spiega Enzo Farulla, già analista finanziario di Raymond James - i venti di crisi soffiano anche qui ma l'unica fuga è quella di capitali. Più di 123miliardi di dollari, secondo le cifre ufficiali, 150 secondo i dati più credibili. Di cui 18 miliardi di dollari usciti dal Paese nei primi 10 mesi del 2008. E approdati, verosimilmente, proprio in Uruguay.
Da qui i recenti provvedimenti del presidente Cristina Kirchner sul rientro di capitali, difficile prevedere l'efficacia del provvedimento. Ed è anche difficile capire come andrà a finire questa crisi, così sfaccettata, persino ineffabile. Ristoranti pieni, boom di prenotazioni argentine per le spiagge brasiliane (+30% in gennaio, l'estate australe), ma anche imprese internazionali con sede a Buenos Aires che lasciano il Paese. Sono decine gli annunci sul Clarin, il quotidiano nazionale, di materiale d'ufficio a prezzi d'occasione. Tutto ciò parrebbe sconfessato dai dati di contabilità nazionale che confermano per il 2008 una crescita annua del Pil al 6,5 per cento. Per il 2009 le previsioni variano dal 2,5% al 5 per cento; una delle determinanti sarà il prezzo della soia, l'altra è la resistenza al contagio del Brasile, il gigante a cui l'economia argentina è strettamente vincolata.
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