BEIRUT - A Gerusalemme hanno già incominciato a chiamarlo senza alcuna simpatia "l'Alto Commissario". Era dagli anni Quaranta, dai tempi del Mandato inglese che qualcuno non diceva agli israeliani cosa dovessero fare, con il tono di un ordine. George Mitchell è tornato in Medio Oriente, deciso e ostinato come sempre: in Israele lo stato d'animo è fra l'irritato e il preoccupato; nei Paesi arabi pieno di aspettative con qualche scontato scetticismo.
"Voglio essere chiaro. Le nostre non sono differenze di opinione fra due avversari. Stati Uniti e Israele sono e resteranno stretti alleati e amici", dice l'inviato speciale americano chiamato a mettere in pratica i piani di pace di Barack Obama. "L'Arma Letale", chiamano invece a Washington George Mitchell. Ma appena atterrato a Tel Aviv era andato nell'ufficio di Ehud Barak, il ministro della Difesa, per discutere subito di insediamenti. Congelarli è il primo obiettivo del programma americano e la ragione delle tensioni con Israele. Mitchell ha incontrato leader israeliani e palestinesi. Incontri brevi e mirati su temi specifici. Poi è partito per Egitto, Giordania, Libano e Siria, i confini più immediati e interessati al conflitto fra israeliani e palestinesi.
Ma Mitchell non è venuto per un'altra rapida comparsata davanti alle telecamere. E' qui per restare, almeno come ufficio permanente dell'inviato.
Sarà al consolato americano di Gerusalemme, protetto dai servizi di sicurezza israeliani ma soprattutto dai Merines. Il gruppo è completo. Il primo dei vice di Mitchell è David Hale, preso dal dipartimento di Stato. Sarà il "rezident" della squadra negoziale: non si muoverà da Gerusalemme e lavorerà a stretto contatto col nuovo console, Daniel Rubinstein: era il capo dell'ufficio Israele-Palestina al dipartimento di Stato nel quale è considerato una stella nascente. L'interfaccia di David Hale a Washington è Mara Rudman che aveva già lavorato sul Medio Oriente al Consiglio per la sicurezza nazionale di Bill Clinton. C'è anche l'esperto di Siria, Fred Hoff, che deve cercare di realizzare un obiettivo caro al Pentagono e al generale Petreaus, il comandante di Centcom, il quartier generale delle attività Usa in Medio Oriente: aprire un dialogo con la Siria prima che gli americani si ritirino dall'Iraq. Infine nella squadra di Mitchell entra anche il generale Keith Dayton. E' già al lavoro da tempo: sta creando e addestrando le forze armate palestinesi che dovranno tenere l'ordine nella Cisgiordania ed eventualmente liberale Gaza della presenza di Hamas. Insieme al congelamento degli insediamenti ebraici, l'obbligo che spetta ai palestinesi perché il processo di pace cammini.
Le cose si stanno muovendo in fretta. Fonti egiziane rivelano che Obama ha già presentato a Hosni Mubarak e a Netanyahu un piano di pace che entro la fine del 2011 dovrà portare alla nascita di uno Stato palestinese. Il presidente americano ha dato al Premier israeliano sei settimane di tempo a partire dal suo discorso del Cairo per decidere se accettarlo o respingerlo: la risposta è cioè attesa per fine luglio.
Lunedì sera Obama aveva telefonato a Netanyahu per attenuare la tensione di queste settimane. Fra israeliani e americani erano volate parole troppo grosse per due vecchi alleati; la stampa d'Israele, anche quella più liberal, aveva dato segni di ansia; più di un politico aveva perso la testa. Yossi Peled, ministro senza portafogli del Likud, il partito del Premier, aveva proposto di non comprare armi dagli americani. Bisognava rendere il mercato più libero, spiegava, aprendolo ai "competitors" russi e cinesi. Qualcuno gli ha ricordato che è con i soldi regalati dagli americani che ogni anno Israele fa la spesa nel più potente e sofisticato arsenale bellico del mondo.
Occorreva dare un segnale di distensione e amicizia. Ma se a luglio la risposta di Bibi sarà negativa, se pressato dal suo partito e dagli alleati di Governo non riuscirà a dire la parola magica "Stato palestinese" che non è mai riuscito a pronunciare, le cose fra Israele e Stati Uniti si faranno davvero difficili. Domenica Netanyahu farà un discorso politico all'Università Bar Ilan di Tel Aviv, la più vicina in Israele all'ortodossia religiosa ebraica. "Sarà un discorso sorprendente, uno spartiacque", dice un consigliere di Bibi. "Is obamizing", vuole solo imitare Obama, pensano scettici a Washington. Al dipartimento di Stato negano di spingere per far cadere il Governo Netanyahu di ultra-destra e sostituirlo con uno nel quale ci sia posto per la resurrezione di Tzipi Livni e i moderati di Kadima. Ma se le pressioni sul processo di pace spingessero le cose in quella direzione, nessuno se ne dispiacerebbe.