Se guarda fuori dalla finestra del suo ufficio di Manhattan, 224 west sulla trentacinquesima strada, tutto quello che vede è un muro spesso e bianco. Fortuna che le pareti sono isolate: il delirio della città resta fuori, oltre il grande divisorio. Dentro l'agenzia pubblicitaria solo telefoni che squillano e gente che si agita. Tre giorni fa, dalla sua scrivania del New Jersey vedeva gabbiani che planavano sulle onde e ragazze con pantaloncini colorati che facevano jogging sulla spiaggia.
Daniel Seddiqui ha osservato l'America da quarantadue finestre diverse. Quarantadue come i lavori che ha cambiato, uno a settimana, in altrettanti stati che ha attraversato da quando, nel novembre dello scorso anno, è iniziata la sua avventura. Con una laurea in Economia all'University of Southern California in tasca, decine di colloqui andati male e l'entusiasmo dei suoi 26 anni, Daniel decide di lanciare una sfida a se stesso e alla crisi: trovare 50 lavori diversi in 50 settimane in tutti e 50 gli stati d'America, raccontando l'impresa attraverso un sito, livingthemap.com, che in pochi mesi, con i suoi 3 milioni di user al giorno, diventa uno dei più cliccati della rete .
Adesso è quasi alla fine del viaggio e, seppur affascinato dal suo lavoro di agente pubblicitario, ricorda con nostalgia i cavalli del Kentucky e gli sterminati campi da golf del Sud Carolina.
«I tre lavori che meglio rappresentano New York - spiega - sono il broker, un impiego qualsiasi a Broadway e il pubblicitario. Purtroppo trovare un posto in Borsa in questo periodo è impossibile: ho scritto ad almeno trenta agenzie e mandato il curriculum ovunque, ma niente. Visto che nello spettacolo ho già lavorato a Orlando e ci lavorerò sicuramente a Los Angeles, non mi restava che il pubblicitario». La paga è buona e non c'è tempo per rimpiangere i vecchi amici, ma di una cosa Daniel è sicuro: «L'unica città dove non mi stabilirò è New York».
Da quando ha lasciato il sobborgo in cui è cresciuto alla periferia di San Francisco, l'America di Obama in piena crisi l'ha rimbalzato da una parte all'altra del paese restituendogli entusiasmo e delusioni. «Sono partito senza soldi: ero sotto di sette mila dollari in banca. Ho chiesto a mio padre di aprire un conto per avere una carta di credito e con quella ho comprato una jeep bianca che perde pezzi settimana dopo settimana».
Dimenticate «Sulla Strada» di Jack Kerouac, libro cult della Beat generation, bibbia dei viaggiatori di tutti i tempi. Scordatevi Into the wild, il film diretto da Sean Penn che narra di un ragazzo alla scoperta dell'America selvaggia e di se stesso. Così come Ulisse, Bruce Chatwin e tutti i viaggiatori che hanno ispirato nomadi e fuggiaschi. Per la sua avventura Daniel Siddiqui si è ispirato a Dirty Job, un programma di Discovery Channel in cui il conduttore si sottopone a lavori umilianti, bizzarri e disgustosi in giro per gli States. Più che un'ispirazione, una reazione.
Così, il californiano è stato cuoco nel Maryland, a Baltimora: «I granchi blu che arrivano ogni giorno dalla baia di Chesapeake sono patrimonio nazionale, lavorare con loro significa maneggiare l'orgoglio della gente»; minatore nella West Virginia, «dove la riconoscenza verso il carbone è ovunque, anche nel merchandising delle città »; assistente di un architetto nel New Mexico, «lì ancora si costruiscono palazzi alla velocità della luce»; operaio in uno zuccherificio nel Vermont, «lo stato in cui lo sciroppo d'acero si versa anche sugli spaghetti»; formaggiere nel Wisconsin, dove «fare ricotte è un'arte».
Daniel aggiorna quotidianamente il sito con fotografie e aneddoti. Racconta pezzettini d'America. Tra barzellette sui mormoni dello Utah e foto-ricordo dei matrimoni di Las Vegas, vengono fuori le ferite di un paese che vive uno dei momenti più difficili della storia. «A Detroit, fino a qualche tempo fa, il modo più semplice per avere un impiego era presentarsi in una fabbrica di automobili con le idee chiare e una corporatura robusta: ora l'unico lavoro che si trova è il meccanico. L'industria crolla e le persone non pensano più a comprare auto, preferiscono tenere in buone condizioni quelle che già possiedono».
L'atmosfera è dura. Daniel ricorda quello che ha scritto sul suo diario il 2 marzo 2009 in un bar di Dearborn, sede del quartier generale di Ford, caffè lungo fumante sul tavolo, donut stretta nella mano sinistra, biro blu nella destra: «Capisco perché Detroit è una delle città più pericolose degli Stati Uniti, girano tutti con la pistola, a volte temo che se non gli riparo bene l'auto, il proprietario possa reagire male, molto male!». Poi, due post più avanti, il ragazzo spiega che in Oregon aveva trovato un lavoro in un'azienda di logistica che ha chiuso pochi giorni prima del suo arrivo.
Con la leggerezza che appartiene a chi è nato dove crescono l'uva per il vino buono e le idee che cambiano il mondo, Daniel afferma che quello immobiliare è ancora il settore più debole per il mercato del lavoro: «L'esperienza più brutta l'ho avuto a Boise, Idaho, dove lavoravo come agente immobiliare: le case erano tutte in vendita, impossibile trovare qualcuno che volesse comprarne una. Così il prezzo scendeva talmente tanto che le persone erano costrette a tenersi gli appartamenti indebitandosi sempre di più».
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