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E in Italia? Catania avrebbe chiuso per 31 mesi

di Gianni Trovati

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18 agosto 2009


Per fortuna non siamo in America. Se oltreoceano la crisi economica morde gli enti locali al punto da far chiudere un giorno il comune di Chicago, da noi un'applicazione così rigida dei principi di compatibilità finanziaria sigillerebbe gli uffici pubblici per tempi biblici.

Prendiamo il comune di Catania, dove nel 2007 la Corte dei conti ha trovato un buco da 1 miliardo di euro. La città, all'epoca guidata dal sindaco Umberto Scapagnini che poi è stato promosso parlamentare del Pdl, ufficialmente non è mai andata in dissesto, ma solo perché in Italia il default è un fatto più politico che matematico. Invece di alzare bandiera bianca, il comune ha ottenuto un assegno governativo da 150 milioni, che ha salvato il salvabile in extremis e rinviato di un po' il problema.

Per risparmiare un miliardo e coprire tutta la voragine dei conti, il comune di Catania avrebbe dovuto chiudere i battenti per 31 mesi, 930 giorni se si preferisce, sigillando i rubinetti di una spesa corrente che tra burocrazia e servizi costa poco più di 390 milioni l'anno. Certo, la soluzione è drastica, perché per più di due anni e mezzo nessun bambino potrebbe andare all'asilo, e sarebbero chiuse nel libro dei ricordi anche una nuotata in piscina, un libro in biblioteca, e anche la visita alla tomba del nonno al 1° di novembre. Vogliamo far pagare il disastro ai soli amministratori del comune? Bene, azzeriamo le loro indennità: puniremo però anche gli eredi e gli eredi degli eredi, perché per pareggiare il conto con le loro "buste paga" servono quasi 59 anni.

Ma le differenze con l'Illinois non sono solo nei numeri. Il game over di Chicago, che si ripeterà il venerdì successivo al Thanksgiving Day e alla vigilia di Natale, è figlio della crisi economica che ha azzannato le entrate fiscali. Da noi i comuni, da Enna a Taranto, sono andati in dissesto in tempi di economia allegra. Purtroppo non siamo in America.

18 agosto 2009
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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