Le sanzioni decise dall'Unione europea contro la giunta militare del Myanmar (ex Birmania), che tiene sotto scacco il paese ininterrottamente dal colpo di stato del 1990, vanno a colpire una parte relativa degli interessi della nomenklatura al potere. Da tempo numerose organizzazioni internazionali che si battono per la liberazione della leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi (appena condannata ad altri 18 mesi di arresti domiciliari) e il ritorno della democrazia nel paese asiatico, ricordano che il miglior modo per isolare il regime dei generali consisterebbe soprattutto nel rafforzare l'embargo economico.
Le prese di posizione dell'Occidente (l'Unione europea, che si limita ad aiuti umanitari di cui però non ha un pieno controllo a consuntivo, ha già in atto nei confronti del Myanmar un embargo su armi, munizioni e equipaggiamenti militari) vengono regolarmente stoppate - soprattutto nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite - dalla Cina, primo partner commerciale, ma anche dall'India, dalla Russia (che ha in progetto un reattore nucleare) e dai paesi del Sud Est asiatico più interessati a mantenere elevato il livello degli scambi.
Gli Stati Uniti, che ufficialmente hanno assunto una posizione molto severa nei confronti dell'ex Birmania, dalla fine degli anni 90 hanno avviato una serie di limitazioni via via più stringenti riguardo a proprietà e interessi degli esponenti della giunta militare. In più Washington ha sancito il blocco delle importazioni (con eccezioni) e parzialmente anche dell'export, soprattutto per quanto riguarda i servizi finanziari. Blocco che viene aggirato, come racconta il sito britannico Burmacampaign (che cita la belga Swift, società che si appoggia a grandi banche come Hsbc o Abn Amro), utilizzando società basate anche in Europa.
Quanto alle singole aziende, sia chiaro che fare affari in Myanmar è criticabile, ma non è reato. Tra le società attive (si legga questa "dirty list") spiccano soprattutto le big mondiali del settore oil & gas (l'estrazione e l'esportazione del gas sono tra le fonti primarie di ricchezza del paese) - dall'americana Chevron alla francese Total, dalla malesiana Petronas alla vietnamita Petrovietnam fino all'indiana Sun Group. Poi ci sono i trasporti via mare: e qui si possono citare la danese Moller-Maersk, la giapponese Mitsui, la tedesca Schenker per la logistica e perfino Hutchison Whampoa, di Hong Kong, nota in Italia per i telefonini 3, ma che è in realtà una big di servizi e infrastrutture portuali. Nei servizi finanziari sono presenti la britannica Lloyds, ma anche i giapponesi di Sumitomo e i cinesi di Citic, per citare solo alcuni casi. Nei servizi per le telecomunicazioni è segnalata la francese Alcatel. Nel settore auto ricordiamo Toyota e la coreana Daewoo.
Nel settore dell'energia sono molto attivi i cinesi (che stanno realizzando un porto e un gasdotto): si distinguono grazie alla presenza di giganti come Cnooc, Sinopec, China national electric. China Heavy Machinery è una società segnalata come tra quelle che operano senza farsi troppi problemi quando si tratta di sgomberare forzosamente intere aeree o sfruttare i lavoranti sino a ridurli in fin divita. Burmacampaign parla anche di tortura.
Altro settore sotto accusa per il sostegno economico che garantisce ai militari guidati dal generale Than Shwe è il turismo. La Birmania è un paese ricchissimo di attrazioni naturali e di siti storici e religiosi (i templi buddhisti di Bagan, per dire, sono paragonabili per importanza a quelli cambogiani di Angkor). La stessa Aung San Suu Kyi ha invitato più volte a non incoraggiare i tour. E invece anche in questo caso la lista delle società occidentali attive è lunga: citiamo qui solo il numero uno europeo, il gruppo tedesco Tui, ma anche la britannica Kuoni Travel e l'australiana Lonely Planet.
E l'Italia? Esiste anche una lista di aziende nostrane impegnate nel Myanmar. I settori: viaggi, arredamento (il legname, teak su tutti, è un'altra risorsa primaria per l'economia locale), abbigliamento e tessile, scarpe, gioielli (la Birmania è famosa per le miniere di rubini, in particolare quella di Mong Hsu, l'import è vietato negli Usa), logistica, meccanica, servizi medicali e diagnostica, caffè sono i settori meglio rappresentati. L'elenco è stato reso noto dalla Cisl sul sito Birmania democratica. Tra i nomi più noti che hanno esportato o importato tra il 2008 e il 2009 ci sono Illy caffè, Danieli, Lotto, Van Cleef &Arpels, Marzotto Marlane, Avio, Ansaldo, Bracco Imaging, Aquasystem.