Il Sole 24Ore pubblica il memorandum interno del colonnello Timothy R. Reese, capo della Squadra di consulenti del Comando operativo di Bagdad, Divisione multinazionale-Bagdad (Mnd-B), Iraq. La sua esistenza è stata resa nota per la prima volta da Michael Gordon e Spencer Ackerman, rispettivamente per il New York Times e il Washington Independent
Come dice il vecchio detto l'ospite è come il pesce, dopo tre giorni puzza. Dal momento della firma dell'Accordo per la sicurezza, nel 2009, in Iraq siamo degli ospiti, e dopo sei anni che stiamo lì non dobbiamo avere un buon odore per gli iracheni. Oggi le Forze di sicurezza irachene (Fsi) sono sufficientemente efficienti per proteggere il Governo iracheno (Gi) dal rischio di essere rovesciato dalle azioni di al-Qaida in Iraq, dei baathisti e degli estremisti sciiti, che fino a un paio di anni fa sarebbero potuti riuscire nell'impresa. L'Iraq forse precipiterà nel caos per altre ragioni, ma siamo riusciti a rendere le Fsi sufficientemente forti da mantenere la sicurezza interna. Forse è uno di quei paradossi tristemente noti della lotta alla guerriglia il fatto che le Fsi siano oggettivamente inefficienti secondo qualsiasi parametro, ma sufficientemente efficienti per l'Iraq del 2009.
Dopo questa premessa cautelativa sulla possibilità di un futuro instabile per l'Iraq, diciamo che noi americani abbiamo raggiunto i nostri obbiettivi in questo Paese. Il primo ministro iracheno Maliki ha salutato il 30 giugno come una «grande vittoria», sottintendendo che la vittoria era stata ottenuta sugli Stati Uniti. Lasciando perdere questi trionfalismi infantili, Maliki aveva ragione, più di quanto non credesse lui stesso. Anche noi dovremmo dichiarare la vittoria e riportare a casa le nostre truppe. Per la nostra tendenza a occuparci dei dettagli tecnici e a confondere, come da proverbio, gli alberi con la foresta, rischiamo di lasciarci sfuggire questo dato strategico fondamentale.
Un elemento altrettanto importante di cui ci dobbiamo render conto è che col nostro approccio attuale non stiamo affatto aiutando il Governo iracheno e le Fsi. Rimanere in Iraq fino alla fine di dicembre del 2011 non servirà a migliorare le capacità delle Fsi o l'efficienza del Governo di Bagdad. Inoltre, alla luce dell'interpretazione che dà attualmente il Governo iracheno delle limitazioni imposte dai criteri fondamentali del 30 giugno dell'Accordo sulla sicurezza 2008, la sicurezza dei soldati Usa è in pericolo. L'Iraq è un Paese che tradizionalmente non tratta bene nemmeno gli ospiti graditi. Con questo non voglio dire che rischiamo di essere sconfitti, ma solo che il pericolo di un incidente violento che mandi in frantumi la collaborazione attuale è fortemente aumentato dopo il 30 giugno. Se è uno di quei paradossi tristemente noti della lotta alla guerriglia il fatto che le Fsi siano oggettivamente inefficienti secondo qualsiasi parametro, ma sufficientemente efficienti per l'Iraq del 2009. Dopo questa premessa cautelativa sulla possibilità di un futuro instabile per l'Iraq, diciamo che noi americani abbiamo raggiunto i nostri obbiettivi in questo Paese. Il primo ministro iracheno Maliki ha salutato il 30 giugno come una «grande vittoria», sottintendendo che la vittoria era stata ottenuta sugli Stati Uniti.
Lasciando perdere questi trionfalismi infantili, Maliki aveva ragione, più di quanto non credesse lui stesso. Anche noi dovremmo dichiarare la vittoria e riportare a casa le nostre truppe. Per la nostra tendenza a occuparci dei dettagli tecnici e a confondere, come da proverbio, gli alberi con la foresta, rischiamo di lasciarci sfuggire questo dato strategico fondamentale.
Un elemento altrettanto importante di cui ci dobbiamo render conto è che col nostro approccio attuale non stiamo affatto aiutando il Governo iracheno e le Fsi. Rimanere in Iraq fino alla fine di dicembre del 2011 non servirà a migliorare le capacità delle Fsi o l'efficienza del Governo di Bagdad. Inoltre, alla luce dell'interpretazione che dà attualmente il Governo iracheno delle limitazioni imposte dai criteri fondamentali del 30 giugno dell'Accordo sulla sicurezza 2008, la sicurezza dei soldati Usa è in pericolo. L'Iraq è un Paese che tradizionalmente non tratta bene nemmeno gli ospiti graditi. Con questo non voglio dire che rischiamo di essere sconfitti, ma solo che il pericolo di un incidente violento che mandi in frantumi la collaborazione attuale è fortemente aumentato dopo il 30 giugno. Se ciò avvenisse saremmo costretti a una partenza anticipata e non pianificata, che danneggerebbe i nostri interessi a lungo termine in Iraq e rischierebbe di vanificherebbe tutte le cose positive che sono state fatte dal 2003 a oggi. L'uso dello strumento militare del potere nazionale nella sua forma corrente ha raggiunto tutti i risultati che ci si poteva aspettare. Nella parte seguente presenterò un'interpretazione, chiaramente unilaterale, dei dati a sostegno di questa tesi. Queste informazioni si riferiscono unicamente all'area operativa Mnd-B, nella Provincia di Bagdad. La lettura dei rapporti dalle altre province suggerisce che la stessa situazione esiste anche là.
La generale mancanza di passi avanti sotto il profilo dei servizi essenziali e del buongoverno ormai è talmente diffusa che dev'essere chiaro che non stiamo più facendo «progredire» gli iracheni. Ecco un elenco dei dati su cui baso questa valutazione:
1. L'inefficienza e la corruzione dei ministeri iracheni sono leggendarie.
2. La lotta alla corruzione è poco più di uno strumento elettorale per Maliki.
3. Il Governo irachenoi non sta adottando misure razionali per migliorare le infrastrutture elettriche e le operazioni di esplorazione, produzione ed esportazione nel settore petrolifero. CONTINUA ...»