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Seconda rivoluzione

di Fernando Mezzetti

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30 settembre 2009

Con grandiosi festeggiamenti e parata militare nella capitale, la Repubblica popolare cinese celebra il primo ottobre i 60 anni della sua fondazione, proclamata da Mao Zedong: «La Cina si è alzata in piedi !». Sorgeva una Cina nuova, riscattata dalle umiliazioni occidentali e giapponesi, portatrice di antica civiltà, ma decaduta nell'impatto con la modernità. Oggi la Cina è in piedi non soltanto in quel senso, avendo anche ristabilito la sovranità su Hong Kong (1997) e Macao (1999), ma per il suo prodigioso sviluppo economico e sociale, con il quale la sua immensa popolazione è in gran parte uscita dalla fame e dall'arretratezza.
I 60 anni trascorsi sono un esempio dell'idea di Mao secondo il quale «uno si divide in due». La repubblica è unica, ma ha due storie diverse: quella dal 1949 alla morte di Mao, il 9 settembre 1976, e, dopo un'incertezza di due anni, quella dal 1978 in poi, con l'avvio di riforme e apertura. Cina comunista e Cina capitalista.

C'è la Cina di Mao, chiusa e sconvolta da incessanti campagne politiche nel vuoto di ogni parvenza giuridica: la "lotta antidestrista" del 1957, con cui tecnici, scienziati, intellettuali, in una rivalsa di classe ma scialo di talento e conoscenza, furono mandati a «imparare dai contadini»; il «grande balzo in avanti», dal '58 al '61, con collettivizzazione integrale dell'agricoltura nelle Comuni del popolo, e rudimentali «altiforni da cortile» per una ingannevole industrializzazione. Una politica che provocò almeno trenta milioni di morti di fame. E dal 1966 al 1976 si ha la rivoluzione culturale, che sconvolse l'intero Paese, lanciata da Mao contro un apparato che, pur incensandolo, l'aveva di fatto emarginato. È la Cina del Libretto Rosso, sventolato da ignare moltitudini di giovani che, chiuse per anni scuole e università, si impegnavano nell'incessante lotta di classe, benché borghesia e ceto medio fossero già stati spazzati via, in ogni senso.

E c'è la Cina del dopo-Mao, che a fine 1978, col ritorno al potere di Deng Xiaoping, dal Timoniere purgato per due volte, si libera dei dogmi maoisti avviando riforme e apertura. Smantella le Comuni del popolo dando la terra ai contadini, si dota di codici, avvia un'economia di mercato, si apre agli investimenti stranieri (circa 700 miliardi di dollari in un decennio), istituisce la Borsa, sforna ogni anno centinaia di migliaia di tecnici e laureati, diventa fabbrica del mondo, anche di beni ad alta tecnologia, sale ai primi posti nel commercio mondiale, e accumula riserve per oltre duemila miliardi di dollari, buona parte dei quali investititi in bond del Tesoro Usa. Il reddito annuo pro-capite è salito da 250 dollari nel 1980 a 3mila nel 2008, quasi 6mila a parità di potere d'acquisto.

Le riforme hanno inizialmente portato vantaggi a tutti, ma poi si sono avuti vincitori e vinti. Una società di eguali nella miseria si è diversificata, con la formazione di nuovi ceti: 350 mila milionari in euro, una classe media di circa 300 milioni, e la sterminata popolazione rurale con un reddito pro-capite di 700 dollari, circa 1.400 a parità di potere d'acquisto. Il sistema autoritario ha vacillato nel 1989, con le proteste sulla Tiananmen, stroncate con la strage. Ma mentre in Europa crollavano i regimi socialisti e Mosca andava in crisi, nel '92 le riforme furono da Deng, scomparso poi nel '97, rilanciate e approfondite, per non fare la fine dell'Unione Sovietica. E si è giunti quindi a sancire in costituzione l'intangibilità della proprietà privata.
Il partito si definisce ancora comunista, benché il settore privato da anni costituisca il 70% del Pil. In realtà è una struttura meramente autoritaria, che da tempo ha fatto suicidio ideologico, anche condannando pubblicamente Mao, nel 1981, per «aver causato immane disastro al Paese». Non è più il partito di contadini e operai, ma anche di grandi imprenditori e manager, esaltati come «nuovo strato di 50 milioni di persone che possiedono o gestiscono patrimoni per 1.300 miliardi di dollari, creano ogni anno sei milioni di posti di lavoro, e contribuiscono per un terzo alle entrate tributarie».

Su 73 milioni di iscritti, oltre tre milioni sono capitalisti. All'ultimo congresso, settembre 2007, la star fra i delegati era una bella signora che arrivava ogni mattina con la sua Rolls Royce, proprietaria di una grande industria di componentistica per auto. Il regime resta autoritario, ma il cinese dispone oggi di spazi di libertà individuale raramente conosciuti nella sua storia. Il partito unico si apre ai capitalisti allo scopo di rappresentare tutta la società e comporre al proprio interno le diversità di interessi. Il suo attuale leader, Hu Jintao, persegue una "società armoniosa", rispondendo a critiche sui diritti umani che «assicurare benessere a un miliardo e 300 milioni di persone è il maggior contributo che un Paese possa dare alla pace». Non è facile dargli torto.

30 settembre 2009
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