Kabul - «Vorrei dirvi che mi dispiace per i soldati italiani». Lo dice il comandante afghano del team che è di pattuglia questa sera, insieme ai parà della squadra di cui faccio parte anche io. Fare pattuglie con loro significa partecipare a tutto, anche ai briefing che precedono le missioni. C'è un grande spirito di squadra. Con gli afghani dobbiamo pattugliare un'area di Kabul. Il comandante afghano è un signore con la barba nera, curata, e una pancia prominente. Il nostro comandante, il caporal maggiore capo Andrea Longo, gli stringe la mano e gli dice che i loro tre mezzi dovrebbero aprire il convoglio. Ma il soldato afghano non vuole. «E vabbé, li monitoriamo lasciandoli dietro», sospira Longo.
Gli afghani hanno paura: in testa al convoglio si sentono vulnerabili. Si rifiutano anche di percorrere una strada nei pressi dell'aereoporto considerata molto pericolosa. Del resto, bisogna capirli: hanno perso un sacco di uomini negli attacchi degli insorti, sono l'obiettivo numero uno. Longo è paziente e gli mostra una mappa con il nostro itinerario. L'afghano sembra distratto. Il team italiano gli consegna una sacca piena di lattine di Coca-Cola: "queste sono per voi, regalo del nostro Reggimento". Poi mi presentano: "lei viene con noi, è una giornalista". Il comandante afghano accenna un sorriso. Nel briefing che precede la partenza ci elencano i "warnings", gli allarmi sugli ordigni e su tutti gli incontri indesiderati che potremmo fare a Kabul. Ce ne sono almeno cinque su sospette autobomba. In giro c'è una Toyota Corolla bianca, della quale conosciamo la targa ma non sappiamo dove si trovi. Annotiamo la targa. Poi ci sono almeno altre tre auto sospette. Come se ciò non bastasse, ci arrivano tre allarmi relativi agli "insurgents": due sono segnalati in zona X, altri cinque in zona Y, altri 19 in zona Z. Per motivi di sicurezza non posso riportare le località.
I "warnings" arrivano dalla Sala Operativa, una stanza piena di computer e di mappe sui muri con le segnalazioni delle zone pericolose.
La tendenza, qui a Kabul, è ormai diventata quella degli attacchi suicidi. Negli ultimi trenta giorni ne hanno fatti quattro. Secondo il comandante di Camp Invicta, Col. Aldo Zizzo, è "un segnale di debolezza" perché i suicidi "costano molto". Gli attacchi vengono organizzati in Pakistan, ma ci vuole tempo per reclutare, indottrinare, preparare l'esplosivo, l'auto, accompagnare il suicida. Sbircio il comandante di pattuglia con un certo nervosismo. Lui e gli altri sembrano tranquilli. "Occhio qui, ragazzi, andare a razzo su questa strada, eh?" si raccomanda Longo indicando sulla mappa. Tutti prendono appunti su un taccuino e memorizzano i "warnings" e le parole in codice per le radiocomunicazioni. Ogni giorno i soldati italiani ricevono decine di allerta. Può anche capitare di riceverne via radio mentre sei in pattuglia. Con l'aiuto di un'interprete, anche gli afghani hanno ricevuto le istruzioni. Si parte con i Lince e gli Hummer degli afghani verso le 20.30. E' buio e sulle strade si circola meglio. "Vai veloce ora!" dice Longo al caporal maggiore Antonino Errante, alla guida del nostro mezzo. Il motore ruggisce. Nonostante le sue 7 tonnellate il Lince è estremamente agile. Maledico la strada: è piena di buche. Da Camp Invicta prendiamo Jalalabad Road, poi numerose altre strade. Siamo nel centro di Kabul. "Vai veloce, a razzo!" Nessuno parla, le strade sembrano vuote. In ralla il mitragliere, Graziano Giustizieri, viene un po' sballottato. Ogni automobile parcheggiata potrebbe essere una trappola esplosiva. A un certo punto il comandante ordina di fermarsi. Ci sono due auto sospette parcheggiate davanti a noi, a bordo strada. Marcia indietro, si cambia strada. Poi si torna per vedere se le auto sono ancora lì o sono state spostate. Sono ancora lì. Fossero state spostate, la manovra sarebbe stata molto sospetta.
"Un momento, dove sono gli afghani?" Non sono più dietro di noi, bisogna capire dove si sono persi. I ragazzi si innervosiscono, dobbiamo fermarci e non è mai raccomandabile fermarsi in certe strade. Attuano le misure di sicurezza e aspettano. Gli afghani non li troviamo più. "Accidenti – penso – qui ci vorranno anni per addestrarli a un certo livello!" Alla fine ci comunicano che prendono un altro itinerario. Ripartiamo. Il Lince accelera. "Quelli erano insorti?" chiedo, spaventata, dopo che superiamo un gruppo di uomini fermi ad una rotonda. "Non devono stare lì, meglio che ce ne andiamo", è la risposta del comandante. E' una strana sensazione: Vorresti quasi che il nemico si mostrasse. Senti che è presente, che ti osserva…. ma non lo vedi. Ti senti braccato, temi le sue trappole. Eppure i ragazzi nel mio Lince mantengono la calma e la lucidità necessaria per prendere decisioni in tempi brevi, decisioni che possono salvarci la vita. Hanno lo sguardo fiero e i volti puliti. Penso ai loro coetanei, in Italia. Loro qui da cinque mesi, senza mai un riposo, operativi sette giorni su sette. Li ammiro.