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In trincea nella valle dei talebani

Dal nostro inviato Alberto Negri

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8 novembre 2009

VALLE DI MUSAHI. A trenta chilometri da Kabul, attraversato il Logar, una strada si arrampica nella valle di Musahi: qui in fondo finiscono l'elettricità, l'asfalto e anche lo stato afghano del presidente Karzai. Sulle montagne sono appostati i talebani che assediano Kabul, sotto, in un fondovalle dove nessuno ha mai visto la corrente, novanta poliziotti, al comando del colonnello Ahmadullah Ouyakhel, devono controllare 40 chilometri di gole pietrose, proteggere una popolazione di 15mila afghani e, soprattutto, portare a casa la pelle. In un vallata vicina al capo della polizia hanno tagliato la testa e poi l'hanno spedita al figlio in una scatola da scarpe. Il colonnello Ahmadullah, 48 anni, fa cenno di conoscere la storia e indica con un braccio una forca spelata da dove i talebani scendono verso la capitale: «Mi servono più uomini, e più soldi per convincere tutti a fare il loro dovere»

La polizia, che un paio di mesi fa ha preso le consegne dalla Folgore, non ha buona fama. È considerata in genere corrotta, poco affidabile, vulnerabile alle infiltrazioni dei talebani che piombano armati e imbottiti di esplosivo nel cuore di Kabul . «I miei uomini - dice il colonnello - guadagnano 6mila afghani, 120 dollari al mese, per un po' reggono lo stress, poi cedono: qui i talebani ne hanno ammazzati venti». Ma in questa occasione, grazie anche a un robusto bakshish (la mancia), scattano come professionisti. Il maggiore Sanjai, lo sniper, imbraccia il kalashnikov con aria marziale, un altro punta deciso il mitragliatore, un terzo, di sua iniziativa, esplode un razzo Rpg contro una montagna desolata e un bersaglio ipotetico, contro un nemico di giorno sfuggente e padrone incontrastato delle tenebre.

Il fortino di Katasang, in pashto la Grande Pietra, abbandonato a se stesso nella pianura come la fortezza Bastiani di Buzzati, è sforacchiato dalle raffiche. Qui si sono battuti gli alpini della Pinerolo, i paracadutisti della Folgore, in questa vallata sono caduti nel 2006 il capitano Manuel Fiorito e il maresciallo Luca Polsinelli, saltati in aria sul loro blindato con una bomba telecomandata. Lo sniper Sanjai sembra rimpiangere gli italiani che in questo avamposto gli coprivano le spalle. Gli afghani non hanno autoblindo ma circolano con pick up scoperti che si accartocciano con un petardo, non hanno giubbotti anti-proiettile e spesso neppure munizioni a sufficienza. Possono contare soltanto sul loro fegato e sull'eterno kalashnikov che imbraccia anche la guerriglia. Non è un duello ad armi pari: gli altri sono combattenti più motivati.

Le ultime statistiche sulle forze afghane non sono incoraggianti. Un poliziotto o un soldato su cinque ogni sei mesi-un anno lascia il servizio o diserta, obbligando a un veloce reclutamento, senza addestramento e selezione. Questo spiega perché nei ranghi ci siano spie, infiltrati e truppe poco combattive. E nelle zone pashtun, come nell'Helmand, i poliziotti, assunti sul posto, sono spesso più fedeli ai talebani che a un governo remoto e considerato perdente.

Amir Shah, corrispondente afghano dell'Associated Press, fotografa così la situazione: «Vuoi sapere perché i negoziati con i talebani non ci saranno? È semplice: quando Karzai fa appello ai "fratelli" della guerriglia affinché depongano le armi, la gente pensa che è debole, che sta per collassare, esattamente come avveniva ai tempi dell'occupazione sovietica». Amir, che in trent'anni di mestiere ha attraversato tutte le guerre, aggiunge: «L'intelligence dei talebani si è ramificata: conosco Kabul come le mie tasche ma non immaginavo che nella guest house Bakhtar (12 morti, sei gli stranieri, ndr) ci fossero funzionari dell'Onu; loro lo sapevano, come pure sono informati su molte altre cose che riguardano le misure di sicurezza della coalizione».

Anche il comadante Ahmadullah però ha buona memoria storica e qualche motivo personale per non cedere ai talebani. È diventato poliziotto con il regime filosovietico di Najibullah, che fu poi esautorato e impiccato dagli integralisti a un lampione di Kabul. «Quando è arrivato il mullah Omar sono stato costretto a fare il tassista per sei anni, per tornare in servizio soltanto nel 2002». La sua storia conferma che le uniche forze di sicurezza afghane degli ultimi cinquant'anni furono quelle addestrate dai sovietici, poi il paese è sempre caduto in mano alle milizie che pure sotto i talebani sono rimaste fedeli ai leader tribali. «Anche noi afghani abbiamo avuto il nostro 1989 - dice il comandante - i sovietici persero qui il loro impero, ma invece di diventare un popolo libero siamo finiti nella guerra civile e poi con i talebani: fino all'11 settembre l'Afghanistan se lo dimenticarono tutti».

Da queste alture bombardavano le artiglierie di Gulbuddin Hekmatyar, ancora oggi alleato dei talebani, e di Abdullah Salam, conosciuto come il mullah Rocketi per la sua abilità nel lanciare razzi: ridussero Kabul a un colabrodo. Il mullah Rocketi, che poi fu uno dei generali del mullah Omar, ora siede in parlamento e si è persino presentato alle presidenziali: «Ho cattive notizie per Obama - sentenzia - sbaglia se pensa di cavarsela mandando qui un pugno di soldati, per controllare l'Afghanistan ne servono almeno 200-300mila: le forze afghane sono troppo deboli».

  CONTINUA ...»

8 novembre 2009
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