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Usa: nell'elezione dei governatori ha vinto il voto "contro"

Commento di Mario Platero

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04 novembre 2009

In generale ieri in America abbiamo visto un voto "contro". Contro lo status quo, contro chi è al governo, contro la disoccupazione, contro il pericolo di nuove tasse, contro la crisi economica che ancora si sente per strada, mentre a Wall Street sono tornati a scorrere bonus miliardari. C'e anche stato un voto contro le incertezze di Barack Obama. Dopo aver proclamato "L'audacia della speranza" il Presidente ha mostrato "timidezza nel governare", come aveva brillantemente riassunto ieri la commentatrice Arianna Huffington nel suo blog. La leadership del Presidente Obama infatti torna oggi inevitabilmente al centro dell'attenzione dopo queste "piccole" elezioni americane. A un anno dall'appuntamento storico che ha dato il Primo presidente nero all'America, a un anno dal risultato del 2008 che ha riportato i democratici al controllo della Casa Bianca e del Congresso simultaneamente, l'elettorato ha confermato ieri di non voler firmare cambiali in bianco. Soprattutto, ha confermato che non era giusto confondere l'entusiasmo che un anno fa ha portato Barack Obama alla Casa Bianca con un cambiamento del baricentro politico del paese. Ieri l'America ha espresso si' un voto di protesta, ma davanti all'acceso dibattito sulle riforme e sull'economia, ha anche detto di essere ancora saldamente ancorata al centro. Cosi', il tocco magico di Barack Obama, la speranza del "Yes we Can", il suo disarmante ottimismo giovanile si sono formalmente appannati. A parte la sconfitta in Virginia, in qualche modo annunciata, c'era da difendere la roccaforte del New Jersey. Il Presidente si era recato ben cinque volte nello stato per appoggiare Jon Corzine. E l'intera macchina elettorale del partito si era mobilitata per difendere la poltrona di governatore in uno stato che da sempre e' tradizionalmente democratico. Obama in New Jersey aveva vinto contro John McCain l'anno scorso con una maggioranza di ben 15 punti percentuali. Era uno stato insomma che non si poteva perdere per non scoraggiare la base elettorale e per non spaventare i democratici moderati in Congresso che devono ancora votare per le riforme di Obama.
Invece gli indipendenti e i democratici moderati, preoccupati dalla disoccupazione, spaventati dall'idea di un ritorno eccessivo dello stato nei loro affari, sono tornati coi repubblicani con tutte le conseguenze del caso. Cosa succedera' adesso della riforma sanitaria e del progetto per la riforma energetica in Congresso? Il voto infatti, occorre dirlo, è anche contro la leadership in Congresso, dominata sia alla Camera, con Nancy Pelosi, che al Senato, con Harry Reid, dall'ala sinistra del partito. Una corrente che ha riportato nella retorica e nei fatti, posizioni della vecchia sinistra liberal americana che fino a qualche anno fa sembravano ormai relegate negli archivi della storia americana.
C'è da dire che queste elezioni sono state anche influenzate dalle campagne pubblicitarie contro le riforme in discussione in Congresso e dalla propaganda delle lobby contrarie. Riforme per la sanità per l'energia che, alla fine, quasi certamente passeranno entro la fine dell'anno. Al piu' tardi entro gennaio. Perche' dopo, in vista del meta' mandato del novembre 2010, quello si importantissimo, assisteremo a una brusca virata di Obama a destra: quello di ieri non e' un messaggio che la Casa Bianca potra' ignorare. E Obama il pragmatico non lo ignorera', sa bene che l'idealismo arriva solo fino a un certo punto.

04 novembre 2009
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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