I leader dell'Apec, il club dei Paesi affacciati sul Pacifico, non hanno cantato il requiem del vertice di Copenhagen sui cambiamenti climatici. Hanno semplicemente messo un sigillo ufficiale su quel che tutti – dopo il fallimento delle riunioni preparatorie a Bankok e a Barcellona – vanno dicendo da settimane: non ci sono più i tempi tecnici per raggiungere un'intesa globale sui tagli alle emissioni di gas-serra. Il nuovo obiettivo del vertice che si apre il 7 dicembre in Danimarca, come aveva già pubblicamente ammesso Hillary Clinton giovedì scorso, sarà quello di raggiungere «un'intesa di massima». Un accordo-quadro da riempire di numeri e di contenuti, se possibile entro il 2010.
Se la riunione dell'Apec a Singapore non ha suonato le campane a morto, non si può certo dire che le prospettive del summit delle Nazioni Unite siano splendide. Il premier danese Lars Lokke Rasmussen, presente alla riunione dei Paesi del Pacifico proprio per perorare la causa del vertice, non ha potuto che incassare questa sentenza. È interessante ricordare che, al termine del vertice climatico di due anni fa, a Bali, la comunità internazionale aveva giurato di voler partorire il successore del Protocollo di Kyoto entro il dicembre del 2009.
In qualche modo, è una sconfitta di Barack Obama: il suo Climate Change Bill, dopo essere passato alla Camera bassa di Washington, è rimasto incagliato al Senato. Se la legge climatica americana fosse già stata approvata, le prospettive del vertice danese sarebbero senz'altro più incoraggianti.
Sappiamo già che Copenhagen non sarà un successo. Da oggi, la diplomazia climatica internazionale può solo evitare che finisca in un totale insuccesso.