Occasione persa, pericolo scampato.
Sono le due, opposte chiavi di lettura di una giornata parlamentare che ha visto tramontare definitivamente ogni ipotesi di " chiudere" la XIV legislatura con un gesto di clemenza per la popolazione carceraria.
Nel giro di pochi minuti, con un'inedita convergenza dei voti di Lega, An, Ds e Margherita, l'Aula della Camera ha infatti bocciato ieri pomeriggio prima le norme sull'amnistia, poi quelle sull'indulto. Tecnicamente, è stata l'approvazione di alcuni emendamenti soppressivi a segnare la sorte del provvedimento, con la bocciatura, in prima battuta, dell'articolo 1 del progetto di legge, dedicato ai reati per i quali poteva essere concessa l'amnistia.
La cancellazione ha portato all'eliminazione di tutta la parte dell'articolato dedicata al beneficio. Il voto, a maggioranza semplice, ha visto, come annunciato alla vigilia, Ds e Margherita schierarsi, per ragioni diverse, sulle posizioni di Lega e An.
A seguire, l'approvazione (206 si, 178 no), di altri due emendamenti soppressivi, firmati sempre da An e Lega, dell'articolo 6 del provvedimento, dedicato all'indulto. A favore, questa volta, tutta la Cdl, mentre l'Unione ha votato contro. Anche in questo caso, la scelta di Di e Udc è stata coerente con quanto promesso nel dibattito di mercoledì: in caso di un no all'amnistia, non avrebbero mai votato solo «mezzo provvedimento».
La conferma, se necessario, che i tempi non sono maturi per parlare di clemenza nonostante la situazione carceraria, sta nella successiva bocciatura dell'articolo (anche questo impallinato da un emendamento) che prevedeva il cosiddetto indulto ridotto: un solo anno di sconto, e solo per alcuni reati.
Scenario di veti incrociati e tatticismi, dunque, che non ha lasciato scampo all'amnistia. «Purtroppo — ha commentato il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini — sono stato facile profeta. I fatti mi hanno dato ragione, ma la cosa mi amareggia. Ci sono stati troppi condizionamenti, e qualcuno ha ritenuto di dover giocare questa partita per motivi elettorali».
Cantano vittoria invece leghisti e An, che hanno sempre osteggiato la clemenza. Tra i primi, il Guardasigilli, Roberto Castelli, che, a pochi giorni dall'inaugurazione di un nuovo carcere da 180 posti ad Ancona, ha osservato come «ancora una volta si è irresponsabilmente giocato con le aspettative dei detenuti che sono le vere vittime di questa pantomima politica». Forza Italia ha invece preferito sottolinere come la clemenza «sia stata definitivamente archiviata per esclusiva colpa di Ds e Margherita».
Diverse, ma tutte all'insegna della delusione e delle polemiche interne le reazioni nel Centro sinistra. Se il padre della proposta di legge, il verde Paolo Cento, parla di «brutta pagina per la giustizia italiana», da cancellare con la prossima legislatura, la Rosa nel pugno attacca gli alleati con l'ironia di Enrico Boselli, secondo cui «è un bel partito democratico quello che sta nascendo tra Ds e Margherita. Quasi sempre in disaccordo su tutto, l'unica cosa su cui votano uniti è l'emendamento della destra sull'amnistia».
Per la Margherita, Pierluigi Castagnetti, ha invece osservato come sia «molto grave confondere amnistia e indulto. La prima serve a risolvere il problema del sovraffollamento delle pratiche sulle scrivanie dei magistrati.
Il secondo a risolvere il sovraffollamento delle carceri». Sulla stessa linea la diessina Anna Finocchiaro: «Credo che abbiamo fatto bene e mi assumo tutta la responsabilità della nostra scelta. Di certo nessuno ci potrà dire che abbiamo fatto uno scambio voti contro speranze. L'amnistia è una cosa seria».
Di «spettacolo ignobile, ma prevedibile» finalmente concluso ha infine parlato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, secondo cui «quella che per alcuni è una simpatica farsa, per i 61mila detenuti stipati e maltrattati nelle carceri italiane è invece una tragedia». Destinata ad aggravarsi quando «la ex Cirielli farà salire i detenuti a 80mila in pochi mesi».