In attesa del voto finale sul decreto che rifinanzia le missioni militari all'estero la battaglia è stata combattuta al Senato sugli ordini del giorno. Momenti di tensione per i «pianisti» in aula, fra urla e accuse tra i diversi schieramenti che individuavano i «pianisti» che votavano per i senatori assenti, ricorrendo a ogni possibile sotterfugio per acquisire falsi voti. Tutti gli emendamenti sono stati respinti. Non è mancata la mossa a sorpresa del ministro degli Esteri Massimo D'Alema che ha proposto una riformulazione dell'ordine del giorno Calderoli sulla sicurezza dei soldati in Afghanistan, invitando al ritiro degli altri ordini del giorno giudicati «ultronei», rispetto a quello Calderoli modificato. La seduta è stata sospesa per un quarto d’ora perché l'opposizione potesse valutare la situazione. Alla ripresa il senatore Altero Matteoli, capogruppo di An al Senato, ha chiesto al Governo un emendamento sulla materia. Calderoli non ha accettato di modificare l'ordine del giorno, che è stato comunque accolto nella formula originaria, che «impegna il governo a promuovere tutte le iniziative finalizzate a garantire la sicurezza del nostro personale militare e civile presente sul territorio afghano». Sì anche a due ordini del giorno, molto simili, presentati dalle senatrici Rosa Villeco Calipari (Ulivo) e Maria Burani Procaccini (Fi) sul ruolo delle donne afgane nel processo di pace.
Sul decreto è stato scontro duro in aula e fuori fra i poli. Dopo una vigilia incandescente con Forza Italia, An e Lega che hanno annunciato l’astensione e l’Udc che voterà in favore del rifinanziamento, è scontro diretto fra i poli. Da una parte lo staff di Palazzo Chigi che ieri notte aveva definito «vigliacco» l’atteggiamento del Cavaliere sul voto, dall’altra Paolo Bonaiuti, portavoce di Silvio Berlusconi, definisce «inqualificabili e ingiustificabili» le critiche di Palazzo Chigi alla decisione di Forza Italia di astenersi dal voto.
L’esame del contestato provvedimento è ripreso alle 16 con la maggioranza alle prese con la conta dei numeri per contrastare i 36 emendamenti presentati dall’opposizione. Dopo l’esame di 14 ordini del giorno e il voto sugli emendamenti si arriverà, intorno alle 21,15, al voto finale. Fra le querelle che hanno animato la giornata è rimasto al palo, fra mille polemiche, per una questione procedurale, il quindicesimo ordine del giorno, firmato dall’Udc, per dare più libertà d’azione ai soldati in Afghanistan e farli operare anche in altre aree, come richiesto dalla Nato.
Nuovo banco di prova, dunque, per il Governo Prodi, che a Palazzo Madama il mese scorso era caduto proprio sulla politica estera. I conti sono risicati, ma la maggioranza ce la dovrebbe fare con l’appoggio dei senatori a vita (Andreotti, Ciampi, Colombo, Levi Montalcini e Scalfaro) e dell’Udc (una ventina di voti). Se sul decreto la maggioranza non sarà autosufficiente (158 voti) l’opposizione, Udc compresa, ha chiesto le dimissioni del Governo. Dal canto suo i ministri per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero e dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio hanno ribadito che il voto di Palazzo Madama sul rifinanziamento delle missioni militari all'estero «non avrà alcun riflesso politico».
Intanto sono già annunciati i no dei senatori dissidenti. Franco Turigliatto, sospeso da Rifondazione comunista proprio per il voto al Senato che ha causato il capitombolo del Governo, ha confermato il suo no al decreto Afghanistan, ma esprimerà in aula una fiducia “critica” al Governo Prodi. Fernando Rossi, senatore ex Pdci, ha annunciato che non parteciperà al voto. «Esco dall'aula - dice - tolgo la tesserina e non partecipo al voto». L’Ex Prc Bulgarelli (Verdi) risulta in congedo. Franca Rame ha sciolto la riserva e ha deciso di votare sì, «ma con il sangue agli occhi».
Sergio De Gregorio, rappresentante degli Italiani nel mondo, che dopo aver incassato la presidenza della commissione Difesa del Senato è passato nelle file dell’opposizione, ha annunciato che non vuole essere il 158esimo voto, che fa da stampella al Governo. «Non voterò contro, ma mi asterrò - dice De Gregorio - di fronte all'evidenza che il mio potrebbe essere il voto decisivo per il sostegno della maggioranza politica del governo Prodi al Senato non ho più dubbi».