Arriva il sì al taglio dei ministeri ma a partire dal prossimo Governo. A deciderlo è stata ieri la commissione Bilancio del Senato ratificando l'intesa raggiunta nel centro-sinistra e sostenuta dalla Lega, che riduce a 12 il numero dei ministri e impone il tetto di 60 poltrone all'intera compagine governativa di cui fanno parte, oltre agli stessi ministri e al premier, ministri senza portafoglio, viceministri e sottosegretari. La norma è contenuta nell'emendamento alla Finanziaria del relatore Giovanni Legnini che accorpa le proposte presentate dalle coppie Salvi-Villone (Sd), Bordon-Manzione (Unione democratica) e dal leghista Roberto Calderoli.
La formalizzazione dell'intesa non è priva di conseguenze. Anzitutto raffredda almeno parte delle tensioni nella maggioranza. Bordon e Manzione, così come Salvi e Villone, del taglia ministri avevano fatto una bandiera che avrebbe potuto produrre conseguenze sensibili sull'Esecutivo. Ma a dire il vero, l'aspetto più interessante è quello che nell'emendamento non c'è scritto. L'accordo raggiunto ieri non fissa una data precisa per la sforbiciata.
Tuttavia, quel rinvio «al Governo successivo a quello in carica» ha fatto riprendere quota all'ipotesi di un Prodi bis. Il premier ovviamente non ne parla. Il suo obiettivo principale è superare lo scoglio della Finanziaria. Ma dopo aver mangiato il panettone, l'ipotesi potrebbe tornare in auge, essere un'occasione – per dirla con Cesare Salvi – per rilanciare il governo di centro-sinistra. Del resto non era proprio questo che Walter Veltroni aveva proposto quando era ancora un "semplice" candidato, avanzando l'auto-dimagrimento del Pd nel Governo? Allora Prodi se la prese a male. L'uscita del sindaco di Roma era stata letta come un'indebita intromissione, se non peggio. Ma nel frattempo qualcosa è cambiato. E adesso quell'ipotesi rilanciata lunedì anche da Mastella, sembra avere più di qualche chance. Tant'è che nei corridoi dei Palazzi si fa già il toto-ministri. A parole tanto Clemente Mastella che Antonio Di Pietro si dicono pronti a rimettere il loro incarico nelle mani del premier. Ma il loro viene letto più come un tentativo di smarcamento che come una volontà effettiva di lasciare. Il vero taglio lo deve fare il Pd che attualmente ha 17 ministri su 24 più il premier. La riduzione si realizza ripristinando la riforma Bassanini che accorpa ministeri come il Welfare guidato da Damiano e la Salute della Turco oppure le Attività produttive di Bersani e le Telecomunicazioni di Gentiloni, e che non contempla né il ministero della Famiglia della Bindi (che potrebbe ritrovarsi al Welfare) né quello delle politiche sociali del Prc Ferrero e neppure il Commercio internazionale della radicale Bonino. Poiché le altre 7 componenti della maggioranza devono essere tutte rappresentate, a cadere saranno le teste dei ministri del Pd: a conti fatti potrebbero restare solo in cinque, se non addirittura meno in caso di new entry come quella più volte rilanciata dell'ex segretario ds Fassino o di un pezzo da novanta come Lamberto Dini, se il suo rapporto con la maggioranza tornerà stabile.