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Rischio derivati per i Comuni
«Urgenti le nuove regole»

di Isabella Bufacchi

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29 luglio 2008

La «spirale perversa» innescata dal rialzo dei tassi d'interesse e dallo «smontaggio» di vecchi derivati in perdita, rimpacchettati in nuovi derivati a condizioni «sempre più rischiose, squilibrate e opache», con «reiterate perdite spalmate con effetto a cascata sulle gestioni future» e con esposizioni finanziarie «progressivamente crescenti e insostenibili». E l'uso «improprio» dei derivati con finalità di liquidità connesse a vantaggi a breve termine di cassa, per far fronte a fabbisogni, soprattutto per gli enti locali di dimensioni minori con scarsa conoscenza dei mercati e degli strumenti innovativi.

Sono queste le principali preoccupazioni della Corte dei Conti, contenute nel rapporto sulla finanza degli enti territoriali che analizza il fenomeno dei derivati usati da Comuni grandi e piccoli, Province e Regioni dagli inizi del 2000 fino all'anno scorso: nel 2007 l'operatività in derivati ha mostrato una minore operatività, sia da parte regionale che degli enti locali. Ma il mark-to-market negativo di molti derivati e la rinegoziazione di debiti e derivati per far fronte al finanziamento di fabbisogni continua a far spostare le perdite e il pagamento delle rate più onerose in avanti, aggravando le gestioni future. La Corte lancia l'allarme: le nuove esposizioni finanziarie «sono destinate a divenire insostenibili». Per la Corte c'è bisogno di maggiori controlli e di una rivisitazione del trattamento contabile dei derivati: dal 25 giugno di quest'anno il ricorso ai derivati è vietato per legge per la durata di un anno, in attesa di un nuovo regolamento.

I magistrati contabili ricordano che gli strumenti derivati «hanno rappresentato una conveniente soluzione» quando l'Italia è entrata nell'area del moneta unica perché hanno consentito di trasformare il debito a tasso fisso di Comuni, Province e Regioni in debito a tasso variabile (sfruttando i bassi tassi Bce), evitando costose rinegoziazioni di prestiti bancari o mutui. I derivati consentiti dalla legge ampliano gli strumenti di gestione delle passività degli enti territoriali. Tuttavia l'uso improprio (a fini speculativi o per incassare liquidità upfront) di questi strumenti negli anni 2000-2004, prima dell'entrata in vigore delle norme restrittive sul loro utilizzo, ha generato una massa di contratti che continuano a essere smontati e rimpacchettati, generando una «spirale perversa» di crescenti rischi, esposizioni, opacità e complessità.

Pur riconoscendo l'utilità dei derivati, quando usati come copertura contro i rischi di mercato o per ridurre il costo del debito così come consentito da leggi, regolamenti e circolari fin dal 2004, i magistrati contabili continuano a rilevare nuovi derivati con finalità speculative, dunque "fuorilegge". I derivati vengono «spesso impropriamente finalizzati per assicurare fonti alternative di liquidità o altri vantaggi finanziari a scapito delle gestioni future», si legge nel rapporto. A partire dal maggio 2007 il Mef ha iniziato a segnalare alla Corte dei Conti i derivati in violazione delle normative vigenti: i magistrati contabili a loro volta hanno rilevato «inottemperanze» in una serie di casi riguardanti piccoli Comuni tra i quali Borgo Priolo, Marsala, Itri, Pozzuoli, Benevento, Mileto, Feltre...: dalla vendita di opzioni digitali all'utilizzo di algoritmi, vendita di opzioni e upfront oltre l'1 per cento (limite imposto per legge). Per i Comuni più piccoli la Corte mette in evidenza una competenza inadeguata abbinata alla finalità speculativa o di cassa: da qui «l'esigenza di un monitoraggio anche valutativo finalizzato ad impedire finalità improprie» e di un «proficuo confronto con esame comparato dei contratti». «A destare una seria preoccupazione - conclude la Corte dei Conti - non è tanto l'utilizzo dei derivati ma l'esigenza che vi è sottesa: una strategia in alternativa a improbabili e reiteratamente delusi obiettivi di contenimento della spesa con l'effetto di un aggravamento delle gestioni future».

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