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Al Fisco spetta l'onere di provare l'abuso

di Antonio Criscione

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22 gennaio 2009
Controlli fiscali della Guardia di Finanza (Imagoeconomica/Stefano Scarpiello)
DOCUMENTO
CASSAZIONE / La sentenza n. 1465

L'abuso di diritto c'è, ma attenti a non abusarne. Dopo le sentenze di fine dicembre della Cassazione a Sezioni Unite, che hanno destato viva preoccupazione tra i commentatori, una sentenza ancora dalla Cassazione, ma della sezione tributaria (1465 del 21 gennaio 2008, relatore Scuffi, presidente Cicala), pone paletti più precisi. Non basta l'assenza di motivi economici convincenti a fissare l'elusività di un'operazione. Occorre invece guardare agli schemi contrattuali messi in atto e all'evoluzione del quadro giuridico, e alle ragioni di convenienza che non si fermano al perimetro della singola impresa.
La sentenza si pone sulla scia delle sentenze dell'anno scorso (di cui fa una precisa rassegna) sul tema dell'abuso, che hanno ormai rifiutato la tesi per cui l'elusione possa configurarsi solo laddove esplicitamente previsto. E questo vale anche per la sentenza delle Sezioni unite 30057 del 23 dicembre 2008, che aveva cercato un fondamento di una norma antielusiva di carattere generale nella Costituzione, come altre sentenze ne avevano trovato il fondamento nell'odinamento comunitario, indicandone l'obbligo di rilevazione d'ufficio da parte del giudice.
Secondo la sentenza depositata ieri l'abuso «costituisce una modalità di "aggiramento" della legge tributaria utilizzata per scopi non propri con forme e modelli ammessi dall'ordinamento giuridico per cui vi è stretta correlazione tra condotta ipoteticamente elusiva e "portata" dell'inerenza che sottende l'applicabilità di meccanismi di detrazione e compensazione nella formazione del reddito di impresa, tanto implicando che i due fenomeni non possano essere vagliati l'uno indipendentemente dall'altro».
Oggetto della controversia era stata una jont venture internazionale che vedeva "associate" la Piaggio e la Daihatsu Motor Company, che avevano creato una società (la P & D, partecipata da entrambe le società) che aveva ad oggetto la produzione e distribuzione di minivan su licenza della società giapponese. Per gli anni dal 1995 al 1997 il Fisco aveva recuperato a tassazione importi per circa 60 miliardi di lire. Ma i giudici hanno accolto le tesi delle società.
Una delle preoccupazioni degli operatori era proprio che la giurisprudenza potesse creare un orientamento pregiudizievole agli investimenti stranieri in Italia. La prudenza usata dalla Cassazione con la sentenza depositata ieri farà tirare sicuramente un respiro di sollievo. Anche perché esplicitamente invita l'amministrazione a tener conto che «il sindacato antielusivo di fronte a tali strategie non può poi non tener conto dell'evoluzione degli strumenti giuridici necessariamente collegata alle rapide mutazioni della realtà economica, nella quale possono trovare spazio forme nuove, non necessariamente collegate a normali logiche di profitto della singola impresa». E quindi occorre anche considerare che «l'esigenza di costituire una joint venture è particolarmente sentita per la condivisione di progetti industriali la cui realizzazione richieda il possesso di requisiti tecnologici ed economici spesso mancanti in un solo soggetto».
La sentenza poi impone un vincolo rigido all'amministrazione, chiamata a indicare quale sarebbe stato l'utilizzo corretto delle forme giuridiche utilizzate e in che modo il comportamento del contribuente ne costituisca un aggiramento. A questa incombenza è speculare quella imposta al contribuente giustificare le ragioni per cui ha adottato il comportamento censurato.

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