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Per il market abuse conta il risultato

di Giovanni Negri

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24 GENNAIO 2009
La sentenza della Cassazione


Interpretazione rigorosa della Corte di cassazione sui reati finanziari. Gli artifici necessari per il market abuse devono essere oggettivi. L'intenzione del soggetto non conta, o conta relativamente. A pesare sono, invece, le modalità con le quali è posta in essere la condotta. E allora, modalità di negoziazione di titoli assolutamente non economiche per il venditore costituiscono un indizio di colpevolezza più che fondato. A sostenerlo è la Corte di cassazione con un'importante sentenza, la n. 2063 della Quinta sezione penale depositata il 20 gennaio. La pronuncia ha chiuso, dichiarando la prescrizione del reato, ma anche l'infondatezza dei motivi di impugnazione, una vicenda che aveva visto coinvolto Andrea Crovetto, responsabile – era il 2000 – dell'unità organizzativa Web di Ubm (gruppo UniCredit).
A essergli costate una condanna, confermata in appello, del tribunale di Milano (che nel 2006, in questo procedimento, per la prima volta condannò a un risarcimento nei confronti di Consob oltre alla sanzione pecuniaria) era stata un'operazione di copertura considerata illegittima: in pratica la condanna aveva colpito l'autorizzazione alla vendita di azioni della Banca di Roma per abbassare il prezzo e fare scattare una speciale clausola di lock in a danno degli investitori che avevano comprato reverse convertible (una forma particolare di obbligazione strutturata) sulle azioni dell'istituto di credito.
La Corte si sofferma su uno dei concetti più scivolosi introdotto dalla riforma dei reati finanziari del 2005, quello di «altri artifizi» con i quali può essere realizzata la manipolazione del mercato sulla base dell'articolo 185 del Tuf. Il reato di market abuse (ma anche quello di aggiotaggio previsto fino al 2002 dallo stesso Testo unico) consiste nella divulgazione di notizie false o nell'effettuazione di operazioni simulate oppure negli «altri artifizi»; tutte e tre le condotte devono essere in grado di provocare una sensibile alterazione del prezzo degli strumenti finanziari. Mentre la manipolazione informativa resta ancorata a un elemento (la divulgazione di notizie false) oggettivo e documentato e quella simulativa si traduce in una condotta di rappresentazione difforme della realtà, l'aggiotaggio «altrimenti artificioso» presenta una serie di problemi interpretativi affidati all'intervento del giudice.
È vero, sottolinea la sentenza, che il concetto di «altri artifizi» ha sostituito quello di «mezzi fraudolenti» con l'obiettivo di allargare il perimetro di quanto è penalmente rilevante, ma il legislatore, non si è spinto tanto avanti da considerare sanzionabile la condotta lecita se indirizzata a provocare l'aumento o la diminuzione dei prezzi. «È oltremodo chiaro, quindi – spiega la sentenza – nel concetto del legislatore, che per qualificare come artificioso un mezzo, in sé non illecito, non è sufficiente che esso sia diretto al fine di turbare il mercato, occorrendo che sia anche obiettivamente artificioso, cioè posto in essere artificiosamente con modalità dell'azione tali, per ragioni di modo, tempo e luogo da alterare il gioco normale tra domanda e offerta».
È in questo contesto, e tenendo presente che l'artificiosità della condotta è un elemento oggettivo, che prescinde dall'intenzione del soggetto, che la Corte considera una condotta penalmente rilevante quella del manager. La decisione di procedere a una quantità considerevole di ordini di vendita «sensibilmente inferiori al "floor" attualmente presente sul mercato è di per sé contraria all'interesse di qualsiasi venditore» e non ha alcuna giustificazione economica se non quella di deprimere il prezzo del titolo, appunto, artificiosamente e al di là del legittimo incontro tra domanda e offerta. Inoltre la condotta considerata, sottolinea ancora la sentenza, rientra proprio tra quelle che la Consob considera come esempi di operazione manipolativa.

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