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Cassazione: rischio multa per i ricorsi temerari

di Giovanni Negri

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12 marzo 2009
La sentenza della Cassazione

Rischia di costare cara la presentazione di un ricorso palesemente inammissibile in Cassazione. Con la sentenza 4829 del 27 febbraio la stessa Corte ha infatti condannato una parte a pagare all'altra 5mila euro per avere agito in giudizio con colpa grave. Si tratta di una delle prime applicazioni di una disposizione introdotta nel nostro Codice di procedura civile nel 2006, con un decreto che rimise a fuoco anche gli elementi stessi del ricorso (obbligatoria, tra l'altro, l'indicazione delle norme su cui si basano i motivi che hanno indotto all'impugnazione) e che era chiaramente intenzionata a fare esordire una forma di sanzione per la parte che avesse adottato condotte processuali temerarie o chiaramente dilatorie. Il nuovo articolo 385 del Codice stabilisce così che, quando si pronuncia sulle spese, la Corte, anche procedendo d'ufficio, può condannare la parte che ha perso a versare alla vincente una somma da determinare in via equitativa, ma comunque all'interno di parametri tariffari, «se ritiene che essa ha proposto il ricorso o vi ha resistito anche solo con colpa grave».

La Cassazione così fa rientrare all'interno dell'area della temerarietà la presentazione di un ricorso che già alla prima evidenza aveva tutte le caratteristiche dell'inamissibilità. Una maniera, restando alla cronaca, per anticipare quel filtro sull'ammissibilità dei ricorsi che rappresenta uno dei cardini della riforma del processo civile in discussione alla Camera dopo il via libera della scorsa settimana al Senato. E per procedere però a una sanzione pecuniaria, quando invece la riforma in arrivo scommette soprattutto su misure di natura processuale.

La vicenda nella quale i giudici di Cassazione hanno individuato una «colpa grave» della parte che ha presentato il ricorso è relativa all'amministratice di una società coinvolta in una bancarotta. La sentenza precisa che il ricorso, oltre ad avere omesso negligentemente la formulazione dei quesiti di diritto, cioè gli interrogativi ai quali la Corte avrebbe dovuto rispondere, si limita a riproporre le questioni di merito già decise dai giudici d'appello e inoltre, concludono i giudici, solleva censure del tutto generiche ed inidonee a evidenziare profili di erroneità della sentenza impugnata. L'impugnazione, che ha portato a sanzionare la manager, riguardava una causa avviata nei suoi confronti dal curatore fallimentare dell'azienda che chiedeva la restituzione di circa 280 milioni di lire corrispondenti al valore dei beni sottratti alla società. Una vicenda per la quale la donna era stata già condannata a due anni di reclusione per bancarotta documentale.

Sia il tribunale sia la Corte d'appello di Milano avevavno dato ragione al curatore fallimentare ma l'ex amministratrice aveva presentato comunque ricorso in Cassazione. Senza però essere poi in grado di motivare in maniera specifica i singoli punti che, peraltro, erano già stati sollevati nel corso del giudizio di appello. La Corte ha così deciso di applicare la norma che, sia pure presente da un paio d'anni del nostro ordinamento, è stata sinora largamente ignorata, al contrario delle disposizioni relative ai contenuti e alla condizioni del ricorso.

12 marzo 2009
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