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Occhio: si può finire in tribunale per uno sfogo su Twitter

di Angela Manganaro

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19 novembre 2009
Courtney Love (La Presse)

Si può finire in tribunale per uno sfogo su Twitter? Negli Stati Uniti se lo chiedono sempre più spesso. Ora se lo chiede anche Courtney Love, cantante rock vedova del leader dei Nirvana Kurt Cobain, ispiratrice negli anni 90 di "Riot grrrl", movimento femminista e arrabbiato, accusata ora di diffamazione per un tweet sopra le righe.

La bionda Love, leader delle Hole e apprezzata intrerprete di Althea, bella e tossica moglie di Larry Flint nell'omonimo film di Milos Forman, ha avuto un diverbio con la stilista Dawn Simorangkir per il pagamento di un vestito. Ma invece di sfogarsi al telefono con le amiche come avrebbe fatto qualche anno fa, ha postato su Twitter commenti sprezzanti sulla fashion designer, accusata tra le altre cose di essere una cocainomane.

Stessa sorte della Love è toccata ad Amanda Bonnen dell'Illinois, inquilina di un appartamento di proprietà della Horizon Group Management che ha detto a un amico su Twitter «Chi ha detto che dormire in un appartamento pieno di muffa sia una cattiva cosa? Horizon pensa sia okay». Horizon non ha gradito e ha chiesto all'inquilina Amanda un risarcimento danni di 50mila dollari.

Ora davanti ad avvocati e giudici Usa si presenta una scena così: tanti casi simili tra loro, poca giurisprudenza e molti dubbi: può il diritto reggere davanti alla tecnologia? Come bilanciare responsabilità civile e penale e libertà di espressione? E soprattutto, se un'informazione è lasciata libera di circolare su internet ed è a portata di tutti, come si può poi invocare la tutela della privacy? Sul sito di Cnn si è aperto il dibattito. Jeffrey Rosen, professore di diritto alla George Washington University, teorizza "un mondo senza anonimato" e dice: «La sola cosa che la privacy può proteggere oggi è non essere giudicati fuori dal contesto e sulla base di informazioni frammentarie».

In Italia ci si fanno le stesse domande: gli addetti ai lavori seguono da vicino la causa Vivi Down contro Google per una storia di bullismo avvenuta nel 2006. Il motore di ricerca è accusato di non aver vigilato su un video che circola su internet in cui un ragazzo con la sindrome di Down è insultato e picchiato dai suoi compagni di classe. «E' la causa che stiamo monitorando – spiega Oreste Pollicino, professore di diritto della comunicazione e dell'informazione alla Bocconi –. Stiamo assistendo a un fiorire di denunce per diffamazione online ma la giurisprudenza è ancora poca, in Italia e all'estero. Con le nuove tecnologie, il problema è se in casi come questi entra in gioco solo la responsabilità del diffamante o anche quella di chi gestisce uno spazio online dove circolano contenuti. Si pone insomma il problema se questi gestori siano responsabili.

In Europa si segue la normativa Ue del 2001 recepita in Italia nel 2003. Secondo questa direttiva non vi è un obbligo generale di sorveglianza in capo all'internet service provider, ma solo l'obbligo di rimuovere il contenuto illecito il più presto possibile». Se si segue questa linea Google non rischia nulla. «Esatto: Google sarà assolto». Ma chi scrive su social network come Facebook o Twitter può poi invocare la privacy? «E' stato rilevato – osserva Pollicino – che questi social network nella configurazione originaria non permettono di tutelare i contenuti. L'utente deve agire e proteggere i suoi dati ma non tutti hanno la stessa dimestichezza con le tecnologie. Interessante è anche un altro aspetto che si presenterà sempre più spesso: se l'internet service provider ha l'obbligo di fornire l'indirizzo Ip di chi offende e si cela dietro l'anonimato».

Ci sono stati casi in Italia? «C'è stato il caso Peppermint dove però erano in conflitto la proprietà intelletuale e la tutela della privacy. In quel caso si chiedeva al giudice: l'internet service provider ha l'obbligo di consegnare le generalità di chi scarica illecitamente musica? Il tribunale di Roma prima ha detto di sì sollevando grande stupore poi ha detto di no». In casi di diffamazione via social network ci sarebbe la stessa tutela? «Credo di no, la tutela della proprietà intellettuale è di tipo privatistico, quando invece si parla di diffamazione è in gioco la reputazione che ha tutela penale, quindi più forte».

19 novembre 2009
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