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Storie, preoccupazioni e suggerimenti di giovani avvocati sulla riforma forense

di Marisa Marraffino

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17 marzo 2010

Il dibattito sulla riforma dell'ordinamento forense continua, tra i ritardi dell'avvio della riforma. I numeri sono da capogiro: 240 mila avvocati sul territorio nazionale con circa 15.000 nuovi iscritti ogni anno. I più giovani non hanno dubbi. Chi non sa che cosa fare si iscrive a giurisprudenza. Da qui, secondo loro, bisognerebbe ripartire. Per tutti, la riforma della professione non può prescindere dallo snellimento del processo. Se i tempi della giustizia fossero più rapidi, il ruolo dell'avvocato sarebbe riqualificato agli occhi del cliente. I quiz preselettivi per l'accesso all'albo e le specializzazioni - per gli addetti ai lavori - non spostano il problema.

Da nord a sud le storie dei giovani avvocati disegnano un Paese diviso a metà, tra chi è costretto a emigrare verso fori che garantiscono un minimo reddituale e chi decide di restare, provando ad aprire uno studio in proprio.

Luigi Ammirati, avvocato e ricercatore all'Università di Tor Vergata, Roma, 36 anni
«Ho iniziato a lavorare come praticante in uno studio di Milano, ci sono rimasto per circa tre anni. Ero retribuito e oggi mi rendo conto di essere stato un privilegiato. Per chi inizia la professione adesso la situazione è davvero critica. Adesso sono associato in uno studio legale di Roma, ma non abbiamo praticanti. Non è giusto impiegare i più giovani in lavori di cancelleria o di segretariato. Ai più giovani dovrebbero essere assicurati un buon livello di formazione e una retribuzione di base, ma questo oggi succede raramente. La situazione è difficile anche per gli avvocati più anziani che sono costretti a lavorare applicando tariffe minime, imposte per lo più dai clienti. Il problema, in realtà, credo sia alla base. Oggi chi non sa che cosa fare si iscrive a giurisprudenza come soluzione residuale, non perché alla base vi sia una reale motivazione. I numeri ormai parlano di una professione satura. Alla fine anche per i più meritevoli non è facile entrare in uno studio qualificato».

Gabriele Bonafede, avvocato, presidente AIGA, Firenze, 40 anni
«La riforma della professione è indispensabile, è un buon punto di partenza. Non credo si tratti della migliore riforma possibile, ma è l'unica strada percorribile adesso. Data la situazione dell'avvocatura, non si può più rimandare. La professione sta soffrendo moltissimo a causa dell'alto numero di iscritti e dell'erosione delle competenze. Gli avvocati dovrebbero diventare sempre più specialisti per essere davvero competitivi e rendere un servizio qualificato agli utenti. E' inutile continuare a immettere nel mercato giovani che non troveranno mai lavori. Si deve ripartire dall'università. Non credo che i quiz all'esame o i test all'ingresso alla facoltà di legge possano essere una soluzione. Si dovrebbe in realtà raggiungere un'intesa con i presidi e i rettori affinché le università stesse offrano più sbocchi agli studenti. Chi si laurea in giurisprudenza, dopo aver provato altri concorsi, alla fine si riversa in massa nell'avvocatura, come scelta residuale e questo non è sicuramente costruttivo per la professione».

Manuela Matera, avvocato, 33 anni, Firenze
«Sono avvocato da tre anni, ma la situazione è davvero critica. Ho fatto molti colloqui in studi anche grandi a Firenze, ma la maggior parte degli avvocati pretendeva che io lavorassi gratis, almeno per i primi sei mesi. Credo sia improponibile e dimostra anche una dequalificazione della professione. Eppure ci sono giovani che accettano di lavorare gratis e finché ci sarà chi lavora a queste condizioni non credo che la situazione non migliorerà. Ritengo che dovrebbe intervenire l'Ordine a garantire la correttezza delle condizioni lavorative dei più giovani oppure l'Università che dovrebbe creare sbocchi alternativi o limitare l'accesso con test di ingresso. Non credo che introdurre quiz preselettivi all'esame risolva la situazione, anzi potrebbe peggiorarla. Creare delle barriere a chi ha già quasi trent'anni è inutile, la selezione dovrebbe avvenire prima. A Firenze ci sono molti colleghi in età pensionabile che continuano a lavorare, mentre i ragazzi non riescono ad inserirsi e nessuno li aiuta, non c'è ricambio generazionale. Il mio sogno sarebbe quello di aprire uno studio con altri colleghi, ma le spese da affrontare sono troppe, almeno per ora».

Mauro Castellano, 32 anni, avvocato di Napoli
«A Napoli la situazione è davvero critica, la giustizia è caotica, disorganizzata. I praticanti nel 90% dei casi non vengono pagati. Non va meglio ai giovani avvocati che guadagnano pochissimo e arrivano con difficoltà alla fine del mese. Io mi sento fortunato perché lavoro nello studio di famiglia, ho fatto la pratica con mio padre e sento di avere una prospettiva di crescita professionale. Ma la maggior parte dei miei colleghi vive una situazione più difficile. Ciononostante, in pochi decidono di lasciare Napoli per gli studi del nord. La maggior parte decide di restare, nonostante guadagni cifre davvero basse. Credo ce se la riforma servisse a limitare l'accesso alla professione potrebbe migliorare la situazione. Così è difficile andare avanti, non c'è lavoro per tutti. Chi si iscrive a giurisprudenza oggi dovrebbe pensarci bene».

  CONTINUA ...»

17 marzo 2010
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