di Stefano Folli
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La sentenza di Strasburgo aiuta il messaggio politico leghista
4 novembre 2009 |
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Era stato Carlo Azeglio Ciampi, allora presidente della Repubblica, a definire il crocefisso «un simbolo di valori che stanno alla base della nostra identità italiana, non solo segno distintivo di un determinato credo religioso». Correva l'anno 2003 e un'ordinanza del tribunale dell'Aquila intendeva bandire il crocefisso dalle scuole abruzzesi. Il Capo dello Stato lasciava capire che il governo avrebbe impugnato la sentenza - e in effetti fu così -, ma soprattutto dava una definizione semplice e chiara della croce cristiana come simbolo di valori anche laici, in quanto fondamento dell'identità nazionale.
Ieri, dopo la sentenza della Corte di Strasburgo, in tanti si sono riferiti a Ciampi per criticare la decisione dei giudici europei. La preoccupazione prevalente, soprattutto nel centrosinistra, è quella di evitare che s'inneschi adesso una sorta di guerra di religione, con credenti e non credenti sui due lati della barricata. Ecco perché il mondo laico si ritrova con qualche eccezione (ed esempio il repubblicano Giorgio La Malfa) sulla tesi del crocefisso «simbolo positivo». Sono pochi, in realtà, i politici che plaudono a Strasburgo e che vedono nella sentenza una vittoria della laicità.
Al contrario, come dice Bersani e come ripetono molti altri, il crocefisso «è una tradizione che non offende nessuno». Qualcosa in meno, a dir la verità, della posizione di Ciampi, sei anni fa, con quel suo richiamarsi al crociano «non possiamo non dirci cristiani». Ma il punto politico è che il centrosinistra non contesta il ricorso annunciato dal ministro Gelmini contro la pronuncia della corte europea. In questa vicenda l'opposizione asseconda la linea del governo. Salvo qualche frangia poco rappresentativa dell'estrema sinistra che parla di un governo «succube del Vaticano». Ma nel complesso è evidente la volontà di non soffiare sul fuoco per evitare spaccature nella coscienza popolare.
E anche per un'altra ragione. Dal punto di vista politico, la sentenza rischia di incoraggiare la Lega. Soprattutto nella sua diffidenza verso l'Europa, l'entità che pretende di sradicare dal nostro paese i suoi valori e le sue tradizioni. Non è un caso che i toni più roventi contro Strasburgo siano venuti proprio dai leghisti (il ministro Zaia tra i primi), nonché da esponenti del Pdl che si sono rapidamente allineati alla critica più severa. Qualcuno nel partito di Bossi è arrivato a dire: «Siamo noi i nuovi crociati che difendono la Chiesa cattolica».
È evidente che le elezioni regionali si avvicinano e tra Lega e Pdl è cominciato il duello tra alleati. Peraltro, sul terreno dell'"identità" la Lega è in grado di esercitare una sorta di egemonia nel centrodestra. A livello popolare, chi teme la società multietnica e multiculturale trova nella sentenza una conferma delle proprie inquietudini e tende a sostenere con il voto chi si batte con maggiore vigore contro la «tecnocrazia» di Bruxelles e Strasburgo. O almeno chi dà l'impressione di farlo.
Da un lato, quindi, il caso del crocefisso nelle scuole è destinato a essere riassorbito attraverso il ricorso governativo e le successive procedure. Dall'altro, la vicenda lascia con ogni probabilità una scia polemica che l'asse Lega-Pdl non mancherà di sfruttare, anche alimentando i dubbi nei confronti di un'Europa «matrigna». A maggior ragione le istituzioni e le forze politiche più moderate stanno sforzandosi di garantire un certo equilibrio. |
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