Il bello del ciclismo, una volta, è che coincideva con la fine dell'inverno. Si diradava la nebbia, tornava il sole, e si partiva con allegria verso Sanremo. Una festa, insomma, un segno di speranza come l'arrivo di una rondine. Adesso, oltre all'inverno, è cambiato anche il ciclismo. Appena se ne riparla, infatti, è per un nuovo caso di presunto doping, che si aggiunge ormai alla infinita casistica degli ultimi anni. Un elenco sterminato che partendo da Marco Pantani arriva a Ivan Basso, da Ullrich agli ultimi vincitori del Tour. Ogni maglia rosa, o gialla, diventa nera, macchiata da sospetti e accuse. Squalifiche e malinconici ritiri.
Questa volta, tocca a Danilo di Luca, ultimo vincitore del Giro d'Italia, deferito dalla procura del Coni per un controllo, risultato anomalo, dopo la tappa dello Zoncolan. La maglia rosa si sarebbe sottoposta a una flebo di acqua nel tempo intercorso tra il primo controllo, subito dopo la tappa, e un successivo test a sorpresa, la sera stessa, a cui la procura ha sottoposto Di Luca. Il problema, insomma, e che al corridore sono stati trovati valori ormonali uguali a quello di un bambino. La pipi di un putto, insomma. E allora da qui l'accusa: come è possibile che Di Luca, dopo uno sforzo del genere, abbia prodotto, come direbbe Reinhold Messner, acqua lievissima, purissima, eccetera?
Di Luca, con la flebo avrebbe fatto sparire i segni del doping. Il corridore, e i suoi 4 periti, ovviamente negano. Dicono che non c'è nulla di strano che un atleta abbia i valori di un bambino. Sarà, ma intanto ora Di Luca rischia una squalifica di due anni. In pratica, la fine della carriera per un eccesso di purezza, ultimo paradosso di uno sport che non riesce ad uscire dalle sue pazzie.