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Nadal batte Federer e entra nella storia. E' il nuovo re di Wimbledon

di Marco Barbonaglia

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AFP PHOTO / LEWIS WHYLD
Il doppio misto della Spagna (di Aldo Carboni)

Alla fine, Nadal ce l'ha fatta. Ora può abbandonarsi su quella stessa sedia dove ogni due game, per quasi cinque ore, si è fermato pochi secondi. Concentrato, la gamba percorsa da un fremito, unica spia della tensione che lo stava attraversando come corrente elettrica. Può, finalmente, scoppiare in un pianto liberatorio. Può alzarsi, scalare le tribune del centrale di Londra per abbracciare la sua famiglia e poi passeggiare sul tetto, fino al Royal Box e stringere la mano del Principe di Spagna. Alla faccia di qualsiasi protocollo. Può fare tutto quello che vuole: ora è il nuovo re di Wimbledon e, di fatto, del tennis.
L'alba del suo regno coincide con il fine di quello lunghissimo di Roger Federer, sovrano dei Championships per cinque anni consecutivi. Una sorte identica a quella di Bjorn Borg (ospite d'onore per l'occasione) che, dopo un lustro di trionfi all'All England Club, fu spodestato nel 1981, dal giovane John McEnroe.
Per il maiorchino è il coronamento di un sogno che, solo tre anni fa sembrava davvero impossibile da realizzare. Chi avrebbe detto, nel 2006, che Nadal "il terraiolo" avesse qualche chance di imporsi sui verdi prati britannici? Di certo quasi nessuno. Eppure lo spagnolo ci aveva creduto, fin dal primo momento. Due volte, era arrivato alla finale. Due volte Sua Maestà Federer gli aveva sbarrato la strada. Ma lui, non si dava per vinto e, compiendo progressi che avevano del miracoloso, si avvicinava sempre più all'impresa, dimostrando a tutti di non essere un campione solo sul rosso.
Dodici mesi fa, mancò il traguardo per un soffio. Oggi, invece, entra definitivamente nella storia. Bisogna, infatti, tornare, con la memoria, ancora una volta ai tempi di Borg, per trovare un tennista capace di vincere uno dopo l'altro Roland Garros e Wimbledon, nel giro di un mese.
Nella migliore tradizione di casa, la protagonista di questo incredibile epilogo del torneo più prestigioso del mondo, oltre ai due avversari, è stata la pioggia. Che l'acqua avesse intenzione di giocare un ruolo da terzo incomodo, lo si era capito fin da subito ( del resto era perfettamente in linea con le dettagliatissime previsioni dell'organizzazione), visto che l'avvio del match più atteso veniva rimandato proprio per le condizioni atmosferiche.
Quando, finalmente, la 122esima finale dei Championships poteva incominciare, però, si intuiva anche che, per Federer, qualcosa non girava per il verso giusto.
Dopo aver perso malamente, più di quanto non dica il punteggio di 6/4, il primo set, lo svizzero ha subito dimostrato di soffrire dell'ormai noto mal di Nadal, che gli impedisce di giocare il suo miglior tennis quando, al di là della rete, trova il terribile iberico. Una sindrome che si manifesta con una palese incapacità di scelte tattiche appropriate ( sarebbe meglio dire di scelte tattiche tout court), ma soprattutto con una fragilità psicologica imbarazzante per un numero uno, tale da portarlo a fallire tutti i punti importanti, uno dopo l'altro. Così, quando in vantaggio per 4/1, l'elvetico lasciava una striscia di cinque giochi di fila all'avversario, a molti pareva di vedere una riedizione delle partite giocate quest'anno, tra i due, a Montecarlo e ad Amburgo. In entrambe queste occasioni, infatti, Roger era stato in netto vantaggio (in Germania addirittura in due set diversi), solo per lasciarsi recuperare, senza opporre una qualsiasi reazione. Difficoltà, insomma, che, in ultima analisi, parevano richiedere più l'intervento di uno psicanalista che di un coach.
Perduta anche la seconda frazione per 6/4, dunque, Federer ( capace di convertire un solo break point su dodici) sembrava avviato ad una altra sconfitta in tre set, come quella di Parigi, gettando nello sconforto i suoi tantissimi estimatori. Invece, sul tre pari, 0/40, con Nadal che aveva a disposizione tre palle (paragonabili ad altrettanti match-point) per strappargli il servizio, lo spagnolo non è riuscito ad andare a segno. E qui è entrato in gioco Giove Pluvio che, aprendo di nuovo i rubinetti del plumbeo cielo inglese, ha costretto i contendenti ad un'interruzione di un'ora e venti.
Al momento di riprendere il gioco, è subito apparso chiaro a tutti che qualche cosa era cambiato. In campo, infatti, non c'era più solo Nadal. Finalmente, aveva fatto il suo ingresso anche Roger Federer e non una brutta copia, triste e sbiadita, come quella che di solito utilizza come contro figura con lo spagnolo, ma proprio il numero uno in persona. Ecco, allora, che l'elvetico diventava improvvisamente capace di vincere il set per 7/5 al tie-break, mandando a segno ben quattro aces e di ripartire con lo stesso slancio nella frazione successiva. Meno schiacciato nella traiettoria incrociata che lo portava a scambiare, con piglio suicida, sempre il suo rovescio con il micidiale drittaccio del rivale, più propositivo e propenso all'attacco e con un servizio letale, d'un tratto, Roger giocava da Federer…
Così, un quarto set al fulmicotone, portava inevitabilmente i duellanti, ancora una volta, alla roulette del tie-break. Qui, ad un set-point( annullato) per il numero uno, sul 6/5, seguivano due match-point a favore di Nadal sul punteggio di 7/6 e 8/7 ( quest'ultimo ottenuto dal mancino di Manacor grazie ad un meraviglioso passante di dritto). Niente da fare, però. Lo svizzero riusciva a salvarsi, prima con il servizio, poi, addirittura con uno dei colpi con i quali ha meno dimestichezza, vale a dire uno strepitoso passante lungo linea di rovescio.
  CONTINUA ...»

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