Te lo porti addosso, come l‘odore delle divise militari. Caldo, sete, milioni di chilometri, affanno, macchina sporca, campagna infinita, vestiti stropicciati. La prima cosa che ti viene in mente, quando si parla di Tour de France, è questa micidiale miscela di colori e di sapori, di natura forte e di uomini deboli, di viaggio con il diavolo in corpo che non finisce mai. Sotto il sole incandescente, forte è anche la voglia di ritirarsi, di lenzuola fresche, di palpebre a mezz'asta mentre le tapparelle lasciano filtrare solo una riposante fessura di luce.
Un sogno? No, perché quando meno te l'aspetti, in questa autostrada transennata dai gendarmi e dai cartelli pubblicitari, ti si apre una uscita di sicurezza: una brasserie tra le fronde dei platani, un parcheggio silenzioso rinfrescato da una fontana, un Pernod nel baretto della piazza di Hautacam, dove quest'anno, il 14 luglio, festa nazionale, si conclude la decima tappa. Tappa pirenaica, con partenza da Pau, che può sconvolgere la classifica.
I racconti sul Tour, più che sul Giro d'Italia, corrono senza rete sul filo della retorica. E' un filo sottile, sul quale gravano le ombre di mitiche imprese, di scenari severi, di personaggi leggendari come Henry Desgrange e Jacques Goddet, di campioni formidabili come Bottecchia e Nencini, Bartali e Coppi, Merckx e Hinault, Bobet, Gaul, Anquetil, Ocana, Indurain, Pantani e Armstrong. Ma ci sono anche scarne lapidi che ricordano quanto sia labile il confine tra la vita e la morte, tra lo sport e il dolore. Quella di Tony Simpson, il corridore inglese che nel 1967 sui sassi del Ventoux ci lasciò la pelle. Bruciato dal sole e dall'anfetamina, proseguì zigzagando verso il miraggio della cima. Quando crollò a terra era ormai troppo tardi. Una storia terribile, come quella di Fabio Casartelli, finito nel 1995 contro un paracarro nella discesa del colle del Portet d'Aspet.
Al Tour qualche volta si piange, è vero, ma più spesso si ride, si chiacchiera, si ascoltano canzoni, si beve un Beaujolais, si guardano le majorettes, si trascorrono un mucchio di ore ad aspettare questi maledetti corridori che non arrivano mai.
"E vai che io sto qui ed aspetto Bartali\ scalpitando sui miei sandali\ da quella curva spunterà\ quel naso triste da italiano allegro\ tra i francesi che si incazzano\e i giornali che svolazzano", borbotta Paolo Conte. Lui è un appassionato di ciclismo, la sua donna invece non vede l'ora di filarsela da quella banda di matti. "Che te ne frega di Bartali? Portami via, amore, o non mi vedrai mai più!".
Anche questo è Tour. Ma ci sono tantissimi Tour. C'è quello dei grandi vecchi suiveurs che dilatano il mito della corsa fino a farlo diventare un'altra cosa. Poi c'è il presente, meno mitologico, ma sempre immerso in qualche bufera: il caso Festina, le sacche di sangue del dottor Fuentes, veleni e sospetti, la cacciata di Ivan Basso. Le ultime edizioni, lo sappiamo, sono state una roulette russa, con la pallottola del doping sempre in canna pronta a colpire. Ogni vincitore si porta dietro una maledizione. Nel 2006 la squalifica di Floy Landis, confermata pochi giorni fa dal tribunale di arbitrato sportivo, poi quella di Michael Rasmussen mandato via nel 2007 mentre stava dominando la corsa e squalificato, martedì scorso, per due anni. Perfino Alberto Contador, maglia gialla nel 2007, quest'anno non è stato invitato dal Tour per i casi di doping che hanno coinvolto la sua squadra, l'Astana.
Ora si naviga a vista. Dopo i successi del Giro d'Italia, anche al Tour si predica la massima severità. Ma la paura è che si razzoli male, e che il doping corra sempre più forte dell'antidoping. Una paura che condizionerà anche questa edizione.
Una edizione, quella del 2008, con molte novità. Dopo 40 anni basta con il cronoprologo. Saltano anche la cronosquadra e gli abbuoni, introdotti nel 1981, e destinati ai primi tre di tappa e ai traguardi volanti.
In più, e anche questo non guasta, si va subito al sodo. Nel senso che già dalla prima tappa (Brest-Plumelec, 197 km con pendenza finale al 6%) si corre per la classifica e non per una vittoria allo sprint. Speriamo che sia così. Perché il tradizionale menù (dieci giorni di pianura per velocisti, e poi le montagne per big) ha ormai fatto il suo tempo. Non a caso gli organizzatori hanno inserito già alla quarta tappa (Cholet) una cronometro di 29 chilometri che può dare una prima scrollata alla classifica. Addirittura decisiva può essere la seconda prova contro il tempo – 53 km- che precede di un giorno l'arrivo a Parigi. Altri numeri significativi i quattro traguardi in salita. In particolare, quello di Hautacam (14 luglio), di Prato Nevoso (20) e il gran ballo finale dell'Alpe d'Huez del 20 luglio.
Altre osservazioni. Si procede in senso antiorario, passando quindi prima dai Pirenei e poi dalle Alpi. Nelle Alpi c'è anche l'intermezzo italiano, con una specie di tre giorni che va dall'arrivo a Prato Nevoso, al successivo giorno di riposo in Piemonte (21 luglio) e la partenza da Cuneo martedì 22.
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