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23 gennaio 2009



Kakà e la parabola del padre misericordioso

di Giuseppe Ceretti

Si narra che un ricco signore di Arcore (di nome Silvio) tra la sua numerosa prole avesse a cuore più di altri il figlio Andriy. Pupilla dei suoi occhi. Un bel giorno Andriy, da taluni nomato Sheva per via delle materne origini dalle grandi pianure del nord Europa, teatro delle gesta di Unni, Ostrogoti e Visigoti, chiese anzitempo al padre la sua eredità e partì per le lontane terre di Albione, dove spese tutte le sue ricchezze.
Alla fine si trovò senza denaro e senza dote, a svolgere umili lavori di rincalzo tra gli uomini del gruppo dei Celsi, conquistatori guidati da tale Abramovio. E così riprese la via di casa.
Dopo giorni e notti di cammino si ritrovò nelle piane briantee e bussò all'uscio di casa. Fu lo stesso padre ad aprirgli. Il giovine disse con voce contrita: «Padre, ho sbagliato, perdona». Silvio lo abbracciò, si rivolse al fido scudiero Galiano e ordinò: «Si uccida il vitello grasso e si faccia festa». E furono giorni di gioia e di libagioni.
In quegli anni tuttavia un altro figlio, il più giovane e mite Ricardo, aveva conquistato il cuore del grande vegliardo. Era costui un giovane dai bei modi, elegante nelle movenze, regale nel suo incedere per i campi, un cavaliere degli immensi territori delle Nuove Terre d'America. In breve Ricardo, nomato per vezzo Kakà, aveva preso il posto del lontano Andriy. Ma alla corte di Silvio altri valorosi erano giunti, il ridente piccolo Ronaldo e il bel Davide Becamo con la sua doviziosa corte e la capricciosa consorte Victoria.
Fu così che il mite Ricardo si ingelosì, anche di fronte alle manifestazioni d'affetto che padre Silvio riservava al ritrovato Andriy. Tanto più che del diletto Sheva nulla era rimasto, trascinandosi il tapino tra un agro e l'altro senza arte né parte, pallida immagine del valoroso ch'era stato. «Divino padre - si sfogò un bel dì Ricardo - corro da mane a sera da un capo all'altro dei nostri campi, sempre seguito dal fido giovinetto Tapo, tengo i tuoi campi rigogliosi e ben coltivati. E tu che fai? Lasci che lo scioperato Andriy e i nuovi venuti, dal lento piede l'uno e dallo scarso genio l'altro, conquistino onori e terre da coltivare. Ti abbandono, Albione sarà perfida, ma mi accoglie con tesori che nemmeno puoi immaginare».
Fu così che Ricardo prese la via di Englandia, ma appena volse lo sguardo verso i rigogliosi campi di Milanellium ebbe un fremito e sussurrò: «Addio Padania, mai più cimenti d'alto lignaggio». Un groppo gli serrò la gola e proruppe: «A che valgono mille tesori senza niuna gloria?».
Ricardo tornò allora sui suoi passi. Si ripresentò, a capo chino, al padre, che lo perdonò e fece uccidere un altro vitello grasso. Al colmo della felicità per il figlio ritrovato, comunicò la lieta novella girando di casa in casa, prima fra tutte quella del fido Biscardio, il vegliardo dai capelli di paglia aduso a mille battaglie: «Ricardo è tornato! Ricardo non ci lascerà né ora né mai!».
Furono giorni di festa nel contado, il popolo festante tornò all'opra e i gazzettieri diffusero la lieta novella per ogni dove. E così sia.
Narrano le cronache che negli stessi giorni in terre sconosciute, mille e mille leghe lontane, un bel signore dalla pelle bruna divenne capo di un grande popolo che si dice occupi terre tanto vaste che su di esse a fatica tramonta il sole. Quei popoli chiamarono l'evento il sogno. La notizia corse di landa in landa e si diffuse nella Padania mentre erano in corso i banchetti per il Kaka ritrovato. E i saggi dissero: a ciascuno il suo sogno.

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