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Il Capodanno della Grande Depressione Calcistica
di Giuseppe Ceretti
Inizia l'anno della GDC, ovvero della Grande Depressione Calcistica. L'ex campionato più bello del mondo si apre all'insegna dell'usato sicuro. Una campagna senza squilli, con troppa gente che vende e poca che acquista. Se le grandi cercano di fare cassa per poter comprare, le piccole (intese come seconda fascia di serie A e intera serie B) giocano alle figurine, sperando di azzeccare lo scambio buono: io do un terzino a te e tu dai una punta a me. I pochi che possono, scoprono i talenti dei loro vivai. Era ora. Forse non sentiremo più dire che i buoni giocatori di 18-20 anni devono maturare. Forse.
Dopo anni di sperperi, di folli cifre per acquisti non sempre indovinati, abbiamo dunque scoperto che non è il caso di proseguire nell'eterno, sconsiderato ballo. Anche perché ciò significa la bancarotta. Ora si versano lacrime di coccodrillo. Il Milan, che inaugurò la grande corsa a comprare tutti i migliori, dopo decenni trascorsi a sognare un super campionato europeo che sostituisse i logori campionati nazionali, predica l'autarchia. Nel frattempo Moratti fa cassa con Ibra, ma già promette altri acquisti e tiene a libro paga non una squadra, ma tre. Mister petrolio sta cominciando a capire che la sua Inter non è come le pompe di benzina, cornucopie di felicità anche in tempi di vacche magre.
Gli stipendi di divi e divetti, soprattutto per le big, pesano come un macigno su bilanci giocoforza sempre più spartani. C'è tuttavia da dubitare che la sfavorevole congiuntura possa avere livellato i valori del campionato a tal punto da sovvertire i pronostici. I ricchi sono sempre tali e gli altri possono solo godere di inciampi casuali. La vittoria della Lazio sull'Inter a Pechino in supercoppa, celebrata come il trionfo dei poveri, è frutto di ottima predisposizione del collettivo e del caso (o altra parola che inizia per C). Tuttavia a giusta ragione Lo Tito gioisce per i tanti trofei conquistati dal 2004 ad oggi con scarsi mezzi e con il pugno di ferro contro i dissidenti interni. Tanto di cappello. Tuttavia il presidente farebbe bene a non dimenticare mai il guanto di velluto del Fisco che ha consentito alla Lazio la spalmatura del debito di 110 milioni di euro su 23 anni, accumulato dal predecessore Cragnotti. Anche gli aiuti e che aiuti, oltre alla ferrea organizzazione, gli hanno consentito di trarre in salvo da sicuro fallimento il club capitolino.
In attesa che qualche grande tycoon metta le mani su altre squadre (Bulgaria e Albania aprono inedite e interessanti prospettive destinate a sovvertire antichi luoghi comuni), le più forti del lotto restano le stesse. In ordine: Inter, Milan Juve e a un paio di incollature Fiorentina e Roma. Gli altri a sperare nei giovani o in ciò che resta. Sissignori, anche il Milan che ha messo insieme un filotto di sconfitte in precampionato e che deve coprire la voragine apertasi con l'assenza di Kaka. In attacco il livello tecnico, con l'arrivo di Huntelaar, resta comunque assai elevato. Il vero banco di prova sarà in mezzo e in difesa. Pirlo, Gattuso, Ambrosini e Nesta: da questi giocatori, dalla loro costanza di rendimento e non da altro dipendono davvero le sorti dei rossoneri. E sempre che Leonardo si riveli di una stoffa simile a quella del suo predecessore.
La giustificazione di eventuali mancati successi è comunque bell'è pronta e con basi di verità miste a colpevoli omissioni. Ora infatti siamo diventati i Grandi Moralizzatori e dal pulpito del nostro orto lanciamo strali contro le follie di Florentino Perez (Real Madrid), lamentando che "quelli" per giunta pagano poche tasse. "Quelli" sono gli spagnoli e con loro gli inglesi foraggiati da sceicchi in cerca di nuove emozioni.
Tutto giusto se non fosse che non è una campagna acquisti sparagnina ad aver messo le cose a posto. Ci vuole ben altro. A partire dai bilanci in ordine per finire all'organizzazione dei club e agli stadi e qui non è il caso di fare paragoni. Le tv sono le vere e incontrastate padrone delle società che accettano ogni condizione senza fiatare. Sarà anche vero che ciò è la naturale conseguenze della legge della domanda e dell'offerta, ma ci stiamo avvicinando sempre più al limite. Anche oltre, con l'ingresso della telecamera negli spogliatoi.
Viene meno lo spettacolo-calcio e la sua fruizione da parte di un pubblico di sostenitori con il sorriso sulle labbra. Recarsi allo stadio, così come andare al cinema o a teatro, è diventata un'impresa o meglio una corsa a ostacoli che toglie a molte persone la voglia di comprare il biglietto. Controlli, rondelli e varie barriere non hanno reso il calcio più sicuro, ma solo blindato e cupo. Gli stadi restano in larghissima parte scomodi, brutti, inospitali, pericolosi. Ognuno sta seduto nel proprio recinto, un ghetto in pochissimi casi dorato. I controlli sono inesistenti; gli steward, in altri paesi rispettati e inflessibili, delle pure figure di contorno. Provate se non siete un campione di lotta libera ad entrare con un regolare biglietto a San Siro o all'Olimpico e a cercare di occupare il posto assegnato. Il problema non è solo l'accesso o quanto accade fuori, ma ciò che si lascia fare dentro a rendere la partita per nulla godibile.
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