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Mourinho e gli altri. Gente di calcio che ama e dà i numeri
di Giuseppe Ceretti
Da vecchio cronista coltivo da sempre un sogno: scrivere un romanzo, almeno un racconto. Tuttavia la robusta ragione che non ho nulla da narrare mi ha sin qui dissuaso da un inutile spreco di carta. Ora la bella proposta delle pagine online del Sole 24 Ore, Twitteratura, mi ha fatto cambiare idea. Un racconto entro i 140 caratteri. Così ho deciso di partecipare al concorso e abusando dello spazio concessomi dalla rubrica settimanale lo presento in solitaria ai lettori. Ecco la mia prevaricazione in 133 caratteri, spazi inclusi.
«Una sera di novembre un signore portoghese che amava i numeri duellò con un signore spagnolo che i numeri li faceva. Vinse il secondo».
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Piergiorgio Odifreddi, grande divulgatore della matematica, ci ha restituito in tempi recenti con i suoi libri mai banali il piacere della matematica, impertinente o impenitente che sia. E ci ha narrato che i numeri sono creature che possiedono un linguaggio e tecniche utili a scoprire gli intrecci della realtà che ci circonda attraverso il gioco e l'astrazione.
Mourinho mostra di tenere i numeri in gran rispetto. Non passa giorno che ricordi la distanza della sua Inter dalla seconda o dalla terza o quanti punti debba raccogliere per conquistare la matematica certezza del traguardo prossimo venturo. Una fiducia cieca che lo priva dell'immaginazione o all'opposto l'apoteosi della fantasia dei numeri? Alla vigilia dell'incontro con il Barcellona, Mou spiega che i nerazzurri possono perdere con tranquillità. Conti alla mano, il passaggio del turno è possibile anche in caso di sconfitta, se si vince o anche se si pareggia all'ultima giornata. Non sono frasi consone per un condottiero che fa della provocazione e della fiducia nei mezzi della propria squadra il suo pane quotidiano, il suo credo. E i suoi fedelissimi si adeguano e vagano quali anime dannate per i verdi campi di Catalogna: che senso ha cercare la vittoria? L'altra versione della storia di Barcellona è che l'amore del condottiero per i numeri sia tale da trascinare i suoi campioni alla sfida estrema per dimostrare che l'impossibile può diventare possibile. Che siano gli altri a cercare lo spettacolo, le trame, il gioco ubriacante. Con noi va in scena l'avventura. Sempre all'ultimo duello, possibilmente all'ultimo minuto, magari con un occhio al monitor per vedere se possono bastare all'ultimo istante sette-punti-sette per passare il turno. Un record. Mosci in terra di Spagna, di nuovo eroi al Meazza. Ne voglio 80 mila tra un paio di settimane, reclama il portoghese. I numeri, che passione.
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Numeri e storie s'intrecciano. L'Inter torna al campionato e trova la Fiorentina, una squadra che i numeri li fa e li dà. Vatti a fidare. In una sera di luna storta può beccare tre gol dal Parma e poi la sera appresso battere il Liverpool o il Lione. Al contrario i nerazzurri entro i confini giocano alla morra: cinque, quattro, tre con i numeri di Eto'o, Milito, Cambiasso, Maicon e Stankovic. Numeri da circo come si diceva un tempo.
A meno che non sopravvenga la noia del cinque, la distanza che separa i nerazzurri dalla Juve alla quale gli uomini di Mou renderanno visita tra un paio di settimane. Tanto per mettere un po' di pepe al campionato.
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Per nascondere amare verità dei numeri ci si fa scudo. I cori razzisti? I lugubri messaggi e gli auguri di rapido decesso? Gli auspici di nuove tragedie o gli appelli all'eruzione di vulcani? Esigue minoranze, si replica con una tautologia. Quant'è, per esempio, una minoranza in uno stadio con 30mila spettatori? Mille? E se la minoranza è esigua quanti diventano: 500, 100? D'accordo, diamo i numeri. Ma i numeri li dà chi ci invita di continuo a farcene una ragione o peggio rispolvera l'armamentario della provocazione. Anche un calciatore di pari pigmento (Seedorf) e di solito avvezzo a far funzionare il cervello, invita un collega bersagliato (Balotelli) a non provocare e a passare oltre. Si uniscono al coro commentatori di solido pragmatismo. Lì per lì non capisco, poi mi rendo conto che i numeri li stanno dando loro. Il motto «non provocare e sarai lasciato in pace» è una raccomandazione con un acre retrogusto d'ipocrisia. Come il becero ritornello intonato verso le donne vittime di violenza e colpevoli di esibire le forme, guarda un po' femminili, così trasformate in oggetti da esporre sulle bancarelle della fiera secondo i desideri del maschio onnipotente. Un numero, zero, che è insieme un voto a questi esegeti del riduzionismo sportivo e sociale. Non si accorgono e non vogliono vedere il veleno che si diffonde giorno dopo giorno, un lento processo di erosione dei principi di tolleranza e civiltà verso chi non appartiene alla mia comunità e non obbedisce alle mie leggi non scritte.
Le brave persone si trasformano, lentamente. Così l'atleta che sta in campo, l'uomo che siede nella curva opposta alla mia da avversario si trasforma in nemico. Macché razzismo, è che non sopporto più la sua faccia. E così sia.