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Gli italiani e internet, ancora poco (e male)

di Luca De Biase

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Giovedí 24 Aprile 2008

A San Paolo del Brasile, una fattura si manda per posta elettronica all'ufficio delle imposte, che a sua volta la gira immediatamente al cliente. Risultato: le operazioni sono semplici e trasparenti, i tempi di pagamento e riscossione fiscale sono sotto controllo. In Italia, secondo l'agenzia delle Entrate è consentito inviare la fattura via mail – al cliente – anche senza firma digitale, ma chi la voglia archiviare elettronicamente la deve prima stampare in duplice copia e poi digitalizzare nuovamente con uno scanner. Il pezzo di carta resta lo strumento di controllo fondamentale.

Non è un caso. È un modello culturale. Saremo anche nell'epoca della conoscenza ma – come si dice – "non sapendo né leggere né scrivere", un oggetto che si tocca e si pesa garantisce una nostalgica sicurezza. La smaterializzazione, invece, incute un vago timore.

Il che contribuisce a far cogliere le opportunità offerte da internet poco e, soprattutto, male. Gli italiani che usano abitualmente internet, secondo Eurostat, sono il 35%, contro una media europea del 50%. Ma gli italiani che l'usano a fondo sono ancora meno. Secondo la Nielsen Online, solo il 7% dei navigatori attivi, per esempio, usa la rete per l'e-commerce: da un terzo a un sesto di quanto avviene nel resto d'Europa. Certo, gli italiani si sono abituati a comprare i biglietti aerei usando il web. Ma non molto di più. Sicché, per esempio, i bonifici bancari, di solito gratuiti online, si fanno ancora largamente allo sportello: pagando a caro prezzo la carta dei moduli.

Certo, le statistiche sull'Italia non danno mai un'immagine perfetta: perché in fondo l'Italia statistica non esiste, essendo piuttosto un aggregato di situazioni molto diverse. Con due milioni di superutenti che non hanno nulla da invidiare agli smanettoni nordeuropei e almeno altrettanti che invece si connettono a bassa velocità una volta ogni tanto, magari per leggere una mail della quale sono stati preavvertiti con una telefonata. E poi si sa che anche volendo, un 10% circa degli abbonati al telefono – o meglio delle linee – non potrebbe connettersi in banda larga perché nei loro paesi il servizio semplicemente non arriva. Mentre, dice la Nielsen, chi ha una connessione dal posto di lavoro naviga per oltre 27 ore al mese, contro le 14 di chi lo fa da casa.

Internet per molti non è ancora una soluzione per facilitare la vita quotidiana, per prenotare la visita medica o per conoscere l'orario dell'autobus. Invece resta un passatempo simile alla tv. E quel che è peggio, ne insegue alcune delle dinamiche meno edificanti. Non è che una traccia: qualche giorno fa, nel portale di un grande provider italiano è bastato aggiungere alla barra di navigazione laterale – che faceva il 10% dei clic dell'intera pagina – un'innocente parolina come "sexy" per portarla al 40%. Già: lo sanno tutti gli editori online, anche i più prestigiosi: se si vuole aumentare il traffico, basta una fotogallery ben titolata. È come se il pubblico che clicca seguisse più l'istinto che la ragione. Sicché la ricchezza delle fonti d'informazione che si potrebbero trovare in rete resta inesplorata.

Gli italiani in media si accontentano di visitare 71 siti al mese, sempre gli stessi. La varietà informativa e pratica del web resta una risorsa poco sfruttata. L'insicurezza è più un fatto o una campagna di stampa? Lo si potrebbe agevolmente verificare consultando le statistiche sui delitti nel sito del Governo. Ma chi lo fa? D'altra parte, per l'Eurisko, la fonte ufficiale delle notizie è ancora oggi la tv anche per gli internettiani. Ma se, nell'epoca che si apre, l'informazione è la ricchezza, l'Italia offre un'immagine di povertà. Una minoranza lo ha capito e coglie tutte le opportunità del digitale. Gli altri restano indietro.

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